La Parola
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II^ domenica di Quaresima

Il Vangelo di domenica 1° marzo 2015

II^ tappa del nostro cammino di Quaresima. Siamo invitati a salire sul monte Tabor, il monte della trasfigurazione. Prima però, di salire con Marco il monte soffermiamoci alcuni istanti sulla prima di lettura della domenica: il sacrificio di Isacco, la Fede di Abramo. Chi è il discepolo? In Abramo, Dio chiede un sacrificio grande: rinunciare al suo futuro, quello che accarezza nel figlio amato, Isacco.
Essa mette a nudo un aspetto fondamentale del proprio rapporto con Dio; conta più Lui o i doni che riceviamo da Lui? La Fede non può essere legata ad un passato, ma è eterno presente. In fondo, è una continua lotta interiore che ti spinge ad uscire (=dalla tua terra, dalle tue sicurezze, dai tuoi sogni) e rinnovare la fiducia in Dio.
In fondo questo tema lo possiamo ritrovare nella pagina di Marco di questa domenica: siamo nella seconda parte del suo Vangelo, in cui si manifesta in modo sempre più chiaro la vera identità di Gesù, il mistero del suo essere “Figlio di Dio”.
Innanzitutto ricordiamo che la Trasfigurazione rappresenta un’esperienza di manifestazione: come nel giorno dell’Epifania, come nel giorno del Suo Battesimo, Gesù si manifesta come colui che è Dio, Signore della storia. Sappiamo noi oggi, come i tre apostoli in quel giorno, cogliere i segni con cui oggi Dio si manifesta a noi?
La Trasfigurazione è un’esperienza di luce: la persona di Gesù appare nella luce di Dio, in tutta la sua bellezza sfolgorante.
Per l’evangelista, indirettamente, si pone una domanda: Pietro, Giacomo e Giovanni ricorderanno questa luce quando sarà l’ora delle tenebre, quando il buio coprirà la terra e sembrerà che a pronunciare la parola definitiva sia la morte e la cattiveria? La stessa domanda vale per noi, discepoli del III millennio, di fronte alle prove della vita, quando ci sentiamo “braccati” dal buio della solitudine e della sofferenza.
La Trasfigurazione è un’esperienza di compimento: Elia e Mosè che parlano con Gesù sono il segno delle promesse rea­lizzate. Indicano in Gesù l’atteso, colui che viene con la forza dell’amore di Dio. I tre apostoli ricorderanno questa visione quando Gesù verrà inchiodato alla croce, quando il suo volto apparirà sfigurato dall’agonia?
La Trasfigurazione non è la Risurrezione: è solo un anticipo, un lampo che annuncia il fulgore, l’irrompere della luce di Dio nella storia degli uomini. E questo accadrà quando il Cristo risorgerà dai morti, segno di sicura speranza per tutti. Se la Quaresima è metafora del cammino della vita ci viene ricordato qual’è la meta del nostro andare: la vita eterna. Noi non siamo “girovaghi” senza meta e senza bussola; siamo pellegrini verso il Santuario della Vita! La Trasfigurazione ha il compito di rinnovare in noi la speranza, l’entusiasmo e la gioia del nostro andare.
Ecco per ché non ci si può fermare sul monte, ma bisogna riprendere il cammino, verso Gerusalemme.
Anche nella nostra vita di fede, le tappe di luce non mancano. In esse noi sperimentiamo un anticipo: la gioia dell’incontro, la consolazione di una presenza, la nitidezza di uno sguardo che legge la realtà senza paura, il fulgore di una scoperta, la bellezza di una testimonianza che squarcia il grigiore quotidiano; sono queste esperienze di “Trasfigurazione” che riscaldano il nostro cuore e ci spingono a riprendere il percorso. Attenzione, però: non dobbiamo confondere la Trasfigurazione con la Risurrezione.
Essa è una tappa che ci fa bene, che ci consola, che ci entusiasma (come dice Pietro… “è bello per noi stare qui”) ma è necessario riprendere sempre la strada che ci porterà a scendere il Tabor e lentamente a salire un altro monte: il Calvario.
Riprendendo don Roberto Laurita “le soste che rinfrancano il cuore devono indurci a riprendere il cammino e allora, quando le luci si spengono, non ci resta che la Parola, una parola che continua a nutrire, a rischiarare, a sor­reggere nei momenti difficili.
Non si tratta, però, semplicemente, di ascoltare e neppure di comprendere. Quello che viene richie­sto al discepolo è molto di più: vivere l’obbedienza della fede, far diventare realtà il messaggio che ci ha raggiunto.
Solo così è possibile affrontare quei frangenti in cui dobbiamo abbandonare la nostra logica e adottare quella di Gesù. Solo così è possibile costruire una maturità nuova che si esprime nella fedeltà e nella perseveranza”.
Il Pane che spezziamo sia per noi “pegno” della vita futura, sostegno nel nostro percorso di vita.

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