L'Elzeviro
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Te lo dico con una foto

Quanto può raccontare una foto? Cosa ci comunica?

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Te lo dico con una foto

Quanto può raccontare una foto? Cosa ci comunica? Nei post dei gruppi social trovi che "fotografare vuol dire cercare nelle cose quel che uno ha capito nella testa; cioè una buona foto è l’immagine di un’idea". E’ una lettura semplificata di cosa sia il potere dell’immagine, un concetto che Heidegger sintetizza in "l’essenza dell’immagine è nel far vedere qualcosa". Un fatto? Un’emozione? Una consapevolezza di quello che sta accadendo, che vedi e capisci e fai tuo...
Un anno fa, il 27 marzo 2020, la foto di Papa Francesco, che nella sera camminava solo sotto la pioggia, in una Piazza San Pietro deserta era diventata parola vibrante della nostra fragilità, dello smascheramento di una ignorata vulnerabilità colpita al cuore dalla pandemia.
Nello stesso periodo, abbiamo visto la foto dei camion militari con le bare che sfilavano uscendo da Bergamo verso gli impianti crematori di altre città, anche verso la nostra Cervignano (che ha aiutato quella pietosa operazione): era"la notte del nostro presente"disse con commozione il regista Pupi Avati, descrivendo l’angoscia di tanti funerali solitari.
"E’ risaputo che viviamo nell’era della massificazione delle immagini. In nessuna epoca precedente della storia sono state prodotte così tante immagini e inoltre nessun’altra, come la nostra, ha assistito alla loro radicale banalizzazione" annota su l’Osservatore Romano il cardinale e poeta José Tolentino de Mendonza.
Eh, sì, infatti ci stiamo ancora confrontando sul contrasto tra un troppo visto, quindi un così tanto "già noto" da diventare insignificante e una ricerca di approfondire quei valori umani che stanno dentro e dietro le immagini.
Accade in questi giorni.
E’ ancora una foto a suscitare commozione e commenti, prima sui social e poi messa in evidenza, sulla prima pagina di molti quotidiani nazionali a rappresentare ancora quello che stiamo vivendo, in una dimensione che non parla soltanto di sofferenza, come avvenne lo scorso anno, quando l’epidemia ci ammutolì, ma si arricchisce di parole quali ascolto,cura, prossimità, affettuosità.
Nel Reparto di Terapia Intensiva dell’Ospedale Pediatrico Salesi di Ancona, un’infermiera, coperta da tuta bianca integrale a protezione anticovid, con casco,visiera e guanti, si posa accanto al lettino di un piccolo di pochi mesi, lo accarezza con una mano e gli tiene il ciuccio con l’altra. E’ positivo al Covid e reduce da un importante intervento addominale, sta piangendo.
La sua mamma non può rimanergli accanto perchè a sua volta positiva, ma viene aggiornata di continuo sullo stato di salute del figlio, riceve questa foto e la condivide sui social e poi sui giornali che la intitolano "il simbolo di una umanità che il Covid non potrà mai portarci via". A cogliere il momento, sul monitor di controllo nella sala comando del reparto, è una dottoressa: vede che il bambino si calma al contatto delle carezze ed al suono delle parole e si mette a giocare con l’infermiera.
Senza che l’infermiera se ne accorga, il medico coglie il momento di dolcezza  e ferma il fotogramma. Al piccolo non sono state date solo cure mediche, ma un di più, le coccole, anzi "l’abbraccio protettivo al mio bambino" dice la mamma.
Su La Stampa il commento va oltre e annota: " E’ la vita, per quanto piccola, che resiste, tenace". Sì, "Adesso è il tempo della cura/ di dire di noi" dice la poetessa Marisa Gualtieri, anzi in questo inizio di primavera, un dire - nonostante tutto- di ri-scoprire nella vita che rinasce "E tutto mi sa di miracolo"(Salvatore Quasimodo).

© Voce Isontina 2021 - Riproduzione riservata
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