L'Elzeviro
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Silvia Vivente Viva Aisha

Notizie, buone notizie che arrivano, inaspettate, e danno uno scossone di vivacità ad un nostro tempo da più di due mesi totalmente sotto scacco Covid.

Parole chiave: Silvia Romano (1), liberazione (3)
Silvia Vivente Viva Aisha

Sabato 9 maggio, l’annuncio della liberazione di Silvia Romano, la giovane cooperante italiana prigioniera di Al Shabaab dal novembre 2018, ha liberato in noi un’emozione forte, declinata in tanti nomi diversi, tutti positivi: sollievo, commozione, gioia.
Ci ha aperto il cuore.
Finalmente lieti? Se la nota del Presidente Mattarella diffusa dal Quirinale parla di "notizia di grande gioia per tutti gli italiani...e riconoscenza e gratulazioni agli uomini dello Stato, costantemente impegnati,con determinazione e pazienza, tra tante difficoltà " e suonano a festa le campane della chiesa del Casoretto, quartiere milanese in attesa dell’imminente rientro a casa di Silvia, l’atmosfera di rallegramenti si raffredda all’impatto con Domenico Quirico, giornalista de La Stampa, una voce segnata dall’esperienza di sequestro jiadistista intollerante e spietato, che scrive: "Libera. In una parola è stato detto tutto e tutto resta da dire."
Dalla Somalia intanto, Silvia fa sapere: "Sto bene. Sono stata forte. Ho resistito". Parla di una sua conversione, spontanea, all’Islam maturata nei lunghi mesi del sequestro. Ha scelto di chiamarsi Aisha, che in arabo significa viva, vivente, Viviana insomma. Vuole dirci che ce l’ha fatta a sopravvivere al terrore? Ma sappiamo che Aisha è per i musulmani il nome della "madre dei credenti",così si chiamava la terza moglie di Maometto, datagli in sposa bambina, che da giovane adulta, una volta vedova è rimasta figura autorevole.. Le sofferte parole del giornalista Quirico avvertono: "Nulla di quello che accade all’interno del percorso di un sequestro è pienamente volontario...siamo obbligati - anche come giornalisti - al pudore nel raccontare".
Domenica 10 maggio, i riflettori sono accesi sull’arrivo a Ciampino dell’aereo che riporta in patria l’ostaggio liberato, Silvia Romano. Lei si presenta sorridente, sciolta e sicura nel muoversi, sopra gli abiti somali porta uno jilbab, simbolo del rispetto coranico per la modestia femminile. E’ color verde acqua l’abito che lei ha voluto indossare per il rientro e verde è il colore dell’Islam. Prima l’abbraccio forte alla madre e alla sorella, al papà che si inchina al suo coraggio, poi sceglie con le autorità presenti un tono di riserbo nel parlare di sé, nel ringraziare dell’aiuto ricevuto. Subito su di lei, apparsa così diversa da come ce l’eravamo immaginata, piomba dal mondo dei social un’onda di odio piena di insulti e volgarità a cui si aggiungono retroscene di sospetti, insinuazioni pesanti intrise di sessismo, riprese anche da alcuni quotidiani. Eppure non è stato così per altri due italiani - Luca  Tacchetto e Alessandro Sandrini - riemersi  nell’ultimo anno "sani e salvi"da lunghi sequestri dei terroristi affermando di essersi convertiti all’islam... e per tutti,come nel passato, è stato pagato riscatto.
Ad una Silvia, che si presenta nel suo profilo Facebook con un"Si sopravvive di ciò che si riceve, ma si vive di ciò che si dona"e che fa parte dei 10 mila italiani impegnati a vario titolo in progetti di cooperazione, servizio civile,volontariato, missione nel Sud del Mondo credo sia doveroso rivolgerci con le parole di accoglienza e rispetto espresse dal Cardinale Bassetti, presidente della Conferenza Episcopale Italiana  "la sentiamo come una nostra figlia che ha corso dei pericoli enormi, che ha avuto coraggio e forza d’animo". E adesso, che possa mettersi alle spalle i terribili 18 mesi di prigionia, la solitudine e la paura, la fatica nell’attraversare foreste, il disorientamento nel cambio frequente dei rifugi ... per ritrovare se stessa, i valori in cui credere, la fiducia nelle persone ed il sostegno della fede.

© Voce Isontina 2022 - Riproduzione riservata
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