L'Elzeviro
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Più o meno dietro l'angolo, una cinquantina di chilometri più in là

L’ultimo tratto i migranti lo fanno da soli. Spesso di notte, quando la frontiera è meno vigilata, e non importa se il maltempo ha fatto ingrossare il livello del fiume da attraversare o il freddo rallenta i movimenti...

Più o meno dietro l'angolo, una cinquantina di chilometri più in là

Dragonja. Me lo rivedo stampato sul cartello a lato strada il nome di questo torrentello, che ho  guardato tante volte scorrere d’estate con un livello d’acqua pari ad un rigagnolo: rappresentava un segnale atteso, perchè sapevamo che a qualche chilometro di distanza si apriva per noi un tempo di sole, mare trasparente e frescura di pineta.
Noi, amici di campeggio, ci mettevamo in macchina appena possibile magari solo per passare un fine settimana sulla costa istriana o per trascorrere una vacanza più lunga a Rovigno o nelle selvagge spiagge attorno al porto di Valle d’Istria.
Erano i tempi della Jugo e, superato il fiume, si cominciava a salire sui tornanti di Castelvenere e da lì si spaziava sulla costa. Poi, alla disgregazione della Federativa, qui cominciavano le code per transitare dalla Slovenia alla Croazia. Ma comunque,  Dragonja/Dragonia era più che altro per noi il semplice passaggio verso un tempo di svago a contatto con la natura.
Molto è cambiato su questa frontiera, perchè da sei anni lungo il confine segnato dal Dragonja è stata stesa una barriera di reticolati, con qualche varco per il passaggio degli animali selvatici:  qui si  infilano i migranti che percorrono gli ultimi chilometri della loro rotta balcanica.
Rotta di terra, lunga e pericolosa, in cui sono passati di mano in mano da passeurs che non si fanno scrupolo di speculare sui loro disperati tentativi di "andare oltre" incredibili storie di miseria, di fame, di fuga dalla guerra...uomini, donne, bambini verso l’Europa.
L’ultimo tratto i migranti lo fanno da soli. Spesso di notte, quando la frontiera è meno vigilata, e non importa se il maltempo ha fatto ingrossare il livello del fiume da attraversare o il freddo rallenta i movimenti.
Quanti sono?
Una trentina al giorno, curdi per lo più, quelli che vengono fermati dalla polizia di Capodistria e per lo più respinti in Croazia. Non ne sappiamo molto, sebbene qualche settimana fa una tv tedesca abbia pubblicato prove dei respingimenti e dei maltrattamenti ai migranti.
Dice il giornalista Nicolò Giraldi :"Non fa abbastanza notizia".  I riflettori si accendono talvolta, quando  è la morte a bucare il buio.
Solo un po’ più in là rispetto alle nostre case ed alle luminarie natalizie che rallegrano le nostre strade è successo nella notte del 9 dicembre.
Nelle acque gelide del Dragonja, ingrossate dalle piogge battenti, è naufragato il tentativo di una donna turca che assieme ai suoi tre figli cercava di attraversare il fiume portandosi sulle spalle una bambina curda di dieci anni, che le era stata affidata.
La pioggia, il vento, il freddo hanno fatto scivolare la presa e la piccola è annegata. Il suo corpo ritrovato due giorni dopo sul fondo del fiume, distante qualche centinaio di metri.
Non sappiamo davvero chi fosse, si parla di una piccola sordomuta, si dice...non sappiamo neppure come si chiamasse. E di cosa ne sarà della donna e dei suoi figli, salvati dai soccorsi, non sappiamo.
Però purtroppo constatiamo che la rotta balcanica con il suo carico di sofferenza e la sua aspettativa verso l’Europa è tornata nell’inghiottitoio della notte...e della nostra indifferenza.

© Voce Isontina 2021 - Riproduzione riservata
Più o meno dietro l'angolo, una cinquantina di chilometri più in là
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