L'Elzeviro
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Non soltanto parole

"Nel nostro pezzetto di territorio di confine e nel vissuto della nostra gente, oltre 70 dopo i fatti, Memoria e Ricordo parlano ancora di ferite non sempre rimarginate, di soprusi e di sofferenze, di violenze patite e commesse, talvolta anche di soccorso, di protezione e di solidarietà"

Parole chiave: memoria (37), ricordo (65), deportazione (6)
Non soltanto parole

Dentro e dietro le parole: le emozioni, i concetti, i poteri a configurare significati. Cosa ci sta, che senso ci trasmettono? Non si tratta di maneggiarle per combinare artificiosi giochi linguistici, ma piuttosto di individuarne una definizione che ce ne faccia comprendere lo spessore e la loro attualità. Particolarmente in questo tempo in cui viviamo spaesati dall'urto del Covid, e siamo alla ricerca della “semplicità che è difficile a farsi” (Bertold Brecht). Senza girarci attorno, mi soffermo su Memoria e su Ricordo, che hanno dato il nome di ricorrenza civile nazionale al 27 gennaio (dal 2000) ed al 10 febbraio (dal 2004).
Nel nostro pezzetto di territorio di confine e nel vissuto della nostra gente, oltre 70 dopo i fatti, Memoria e Ricordo parlano ancora di ferite non sempre rimarginate, di soprusi e di sofferenze, di violenze patite e commesse, talvolta anche di soccorso, di protezione e di solidarietà. Abbiamo un'ampia documentazione storica al riguardo, una ricca produzione letteraria e anche cinematografica che continua. Ben oltre i negazionismi, le polemiche sulla “verità vera” non sono terminate. Anzi, nell'approssimarsi delle ricorrenze non mancano i contributi di “opposte verità” a ridimensionare o ingigantire il numero dei caduti, delle vendette... e dei silenzi. Sì, perché tanti di coloro che hanno agito e/o hanno subìto non hanno parlato: troppo il dolore patito? Troppe le responsabilità misconosciute? Fino a qualche tempo fa, è stata la voce delle vittime, dei reduci, dei sopravvissuti – quelli che sono riusciti a parlare - a farci sentire nella narrazione il vibrare di un'emozione profonda, che ci è entrata nel cuore, assieme all'invocazione “Che non accada mai più”.
Siamo noi che abbiamo ricevuto il testimone del “Mai più” dalle mani chi coloro che hanno patito.
Ne abbiamo una precisa responsabilità. Perché nella società, ancora, gli episodi di odio, gli atti di discriminazione son ben presenti; l'intolleranza espressa in tante forme esiste, c'è ancora e, come ha detto papa Francesco “Stiamo attenti perché può accadere ancora”.
Il 31 gennaio, la Senatrice Liliana Segrè, davanti al Binario 21 della Stazione di Milano Centrale, da cui partì nel 1944 verso Auschwitz, deportata assieme a tanti ebrei italiani, invitava tutti a togliere le parole di odio da un parlare di generalizzata indifferenza e di sostituirle con parole di civiltà: scelta, differenza,ascolto.
Perché riformare in questa direzione il linguaggio comporta avere un'altra percezione del mondo e di noi stessi, che comunque viviamo in una realtà plurale: il negarlo è fattore di divisive fratture,
Non possiamo annullare la nostra responsabilità personale in un silenzio collettivo, in un sovranismo dell'anima che di fronte al dolore degli altri (persecuzione, dissenso, profuganza) sa offrire sui social  “l'unica risposta di un cuoricino” (Valter Veltroni).

© Voce Isontina 2021 - Riproduzione riservata
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