Dialogo Aperto
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Unioni civili, terremoti e punizioni divine

Quelle parole di un sacerdote...

Alcuni giorni fa, dopo un rito religioso in una delle chiese di Monfalcone, un sacerdote ha comunicato / profetizzato / minacciato (ognuno scelga il verbo che ritiene più appropriato) che la città di Monfalcone sarà distrutta da un terremoto a causa dell’empietà dimostrata celebrando, primo Comune in Regione, un’unione civile (che però il sacerdote ha definito come “matrimonio gay”).
Il sacerdote ha fugato inoltre ogni dubbio interpretativo dei presenti affermando che la stessa Madonna di Medjugorje ha preannunciato dieci piaghe che comprendono anche il terremoto.
Il fatto che avrebbe scatenato l’Ira Divina si era svolto presso gli uffici del Comune di Monfalcone dove due persone dello stesso sesso, con molta discrezione e senza clamori o cerimonie pubbliche, erano andate a firmare, davanti ad un ufficiale di stato civile, gli atti che sancivano la loro unione.
Non è mia consuetudine dar peso a frasi, a mio avviso, stolte ed il primo impulso è stato quello di limitarmi a fare qualche osservazione “non troppo seria” sul fatto (ma se il sacerdote per dovere d’Ufficio parla con Dio, il fatto che non dia formale comunicazione di quanto a sua conoscenza può configurarsi come omissione d’atti d’ufficio? O come reato di procurato allarme se quanto profetizzato non si verifica?).
Avrei potuto rivolgermi ai social network chiedendo se, in base alle considerazioni di questo sacerdote, non fosse stato il caso di sospendere gli aiuti ad una popolazione terremotata che evidentemente aveva irritato Dio e ne era stata giustamente punita.
O avrei potuto chiedere come mai il Vaticano non era ancora stato distrutto da alcun terremoto stante le non trascurabili connivenze in alcuni recenti gravissimi fatti.
Ma proprio non mi riesce di riderci sopra o prendere alla leggera queste affermazioni, non perché creda che Dio si senta offeso da delle persone che decidono di manifestare davanti alla legge di uno stato, laico e non confessionale, il loro amore ma piuttosto perché mi sembra che quelle frasi tradiscano il messaggio di Amore totale contenuto nel Vangelo.
Quel messaggio che afferma che l’Amore viene prima di tutto, senza se, senza ma, senza distinguo. Quelle scelte di contrapposizione radicale al suo mondo contemporaneo (ed evidentemente anche alla nostra contemporaneità) che ha portato Gesù Cristo ad accogliere i più emarginati e reietti del suo tempo: esattori delle tasse, donne, persino prostitute. Anche in quel caso la “punizione” non è venuta da Dio (che l’aveva mandato proprio con questo compito) ma dagli uomini, soprattutto quelli “di Dio”, che in questo vedevano ogni sorta di pericolo. Sembra che oggi non sia poi così diverso.
Per questo non ho fatto spallucce e neppure ho scritto sui social, ma ho preferito scrivere alla rivista della Comunità Diocesana per capire cosa la Comunità pensa di un simile fatto.

Dario Cechet

Gentilissimo lettore, innanzitutto La ringrazio per la decisione di scrivere la sua lettera al settimanale diocesano: come afferma, ciò permette di poter allargare la riflessione a partire dalla Comunità cristiana per poi auspicabilmente allargarsi ad una più vasta opinione pubblica.
Se effettivamente il sacerdote ha espresso quanto Lei riferisce (non ho motivi per non crederlo) mi auguro perlomeno che lo abbia fatto senza crederci veramente! A mio parere le frasi del sacerdote non meritano commenti, solo una secca riprovazione, ’senza se e senza ma’...
Ha ragione Lei, il Vangelo non ammette nessun tipo di vendetta e nemmeno di punizione divina; tantopiù che alla mediazione della Madre di Dio e della Chiesa si ricorre invece per prendere consapevolezza di quanto sia grande il perdono e l’amore di Dio verso tutti.
Ma il Vangelo non permette nemmeno di giudicare le intenzioni del prossimo e tantomeno di quelle di chi applica le leggi o si avvale di esse. Lei ci ricorda, e La ringrazio, non solo che in uno Stato laico e democratico ci deve essere lo spazio e il rispetto per tutti, ma che per il cristiano tale spazio è richiesto prima di tutto dal Vangelo che è Gesù, il Cristo.
La Sua lettera però mi dà l’occasione di andare oltre al fatto riportato, per una riflessione sulla norma delle ’unioni civili’ e su di un inevitabile impatto che essa comporta sul costume e la cultura sociali.
Se da una parte la norma vuole superare ingiuste discriminazioni, dall’altra rischia - purtroppo senza che spesso ci si renda conto! -  di contribuire a minare l’istituto del matrimonio con tutto ciò che esso socialmente comporta.
Mi chiedo infatti quale è il vantaggio sociale e non meramente individuale di una simile norma e quindi quale la vera ragione (per vera intendo non quella semplicemente intenzionata e men che meno proclamata) che sta alla base della sua approvazione. Non voglio dire che in senso assoluto non ci possa essere un qualche vantaggio sociale nel riconoscere il legame affettivo fra due persone, ma quale il prezzo di un tale, eventuale, vantaggio? Temo un ulteriore venir meno della stabilità dei legami fra le persone. Stiamo infatti sostituendo - e non solo con la norma delle unioni civili sia ben chiaro, anche se essa è fra le azioni legali in questo senso più efficaci - i legami agli affetti; le relazioni di stabilità all’incertezza (vogliamo chiamarla liquidità?) dei nostri rapporti. Non c’è infatti nessuna relazione affettiva che abbia mai interessato di per sé una comunità sociale dai tempi antichi ad oggi, se non in quanto capace di fondare stabilità sociale. Il matrimonio, a differenza delle altre relazioni affettive, anche per il fatto della sua vocazione genitoriale, era ed è il primo ed insostituibile fondamento della realtà sociale. Di quella socialità capace di trasformare le relazioni fra stranieri in parentele; capace di far famiglia fra diversi, superando così, almeno tendenzialmente, i conflitti sociali.  Per certi aspetti - e paradossalmente - il matrimonio veniva e viene riconosciuto più per la sua garanzia di stabilità della relazione che per la qualità della sua dimensione affettiva.
Certo, questo non è il vero matrimonio né cristiano né umano, tuttavia ciò che era e rimane necessario garantire al vivere sociale, quindi legalmente, rimane la stabilità: lo richiedono tutte le dimensioni necessarie al vivere sociale: l’educazione dei figli, l’organizzazione della società solidaristica (quella meno interessata allo ’stato sociale’ è evidentemente meno interessata al matrimonio/famiglia) e non ultima la programmazione economica e ambientale. Ci sono delle relazioni e il matrimonio è la prima fra tutte, che se non garantiscono stabilità non permettono sviluppo sociale.
Che c’entra tutto questo con le unioni civili? Credo che c’entri eccome: immettere nell’ordinamento giuridico un istituto che se non di nome almeno di fatto pretenda la stessa dignità del matrimonio senza richiedere (e sfido a come possa farlo!) la stessa stabilità ovvero la stessa responsabilità civile, è minare la stabilità sociale: abbiamo il coraggio di chiamare metaforicamente l’immissione di questo istituto un… terremoto istituzionale?

don Franco Gismano
Docente di teologia morale

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