Dialogo Aperto
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Un’ "area vasta" per la questione migratoria

Analizzando il "caso" Monfalcone, paradigmatico in Regione ed in Italia, è indispensabile l’implementazione di un Patto sociale interistituzionale con in testa la Regione (finora sul tema numero uno a Monfalcone completamente assente) e poi con Fincantieri, le OOSS, l’Asugi, il Mondo della scuola e del Volontariato

Serve un’Agenzia di Coordinamento delle politiche migratorie (su scala nazionale con diramazioni in ogni Regione) che diventi il principale attore di riferimento per tutto ciò che riguarda il monitoraggio e la gestione dei flussi, il rispetto dei criteri d’accoglienza e dell’efficacia delle politiche di inclusione nella società e nel mondo del lavoro. Vanno coinvolte le Istituzioni preposte, le Associazioni di categoria, le Imprese e del Volontariato nonché la Chiesa italiana (nelle sue articolazioni territoriali) che si è sempre dimostrata particolarmente attenta e concretamente attiva nelle politiche di accoglienza molto più rispetto alle Istituzioni regionali e locali (e in ultima analisi rispetto anche allo Stato privo di una politica migratoria all’altezza del fenomeno che è strutturale e di lunga durata).
Analizzando il "caso" Monfalcone, paradigmatico in Regione ed in Italia, è indispensabile l’implementazione di un Patto sociale interistituzionale con in testa la Regione (finora sul tema numero uno a Monfalcone completamente assente) e poi con Fincantieri, le OOSS, l’Asugi, il Mondo della scuola e del Volontariato (con la Chiesa) allo scopo di implementare politiche per l’inclusione degli eventuali nuovi flussi migratori in Area vasta subregionale  e sovraprovinciale. Monfalcone infatti non ha la dimensione per rispondere e risolvere da sola le contraddizioni e gli impatti di una forte presenza di lavoratori di lavoratori, per il 60% extracomunitari e il 40% comunitari, ma stranieri seppure residenti e di circa 80 nazionalità differenti.
Allo scopo quindi di implementare politiche per il governo dei flussi migratori, la ricerca di soluzioni sociali non può essere ristretta all’ambito cittadino ma deve potersi estendere ad un territorio più ampio, con il supporto anche di una mobilità programmata ed assistita, sdrammatizzando una presenza concentrata quasi esclusivamente in Monfalcone già ipersatura. Ci si chiede se tutta la "Politica" è consapevole che  solo a Roma (in Parlamento serve urgentemente modificare le attuali previsioni normative che governano i flussi migratori regolari) e a Trieste (in Regione serve implementare un Distretto Industriale Regionale della Navalmeccanica con lo Stabilimento di Panzano come "stella" baricentrica) si possono sciogliere i nodi aggrovigliati del "caso" Monfalcone con  una impostazione prettamente neokeynesiana. Si devono poi adeguare i salari nel senso che la manodopera straniera va pagata con i livelli salariali italiani: in questi anni si è assistito ad un impoverimento in città.
Allo scopo di individuare tutti i nodi della questione e soprattutto di formulare dei macro-indirizzi per affrontare un tema molto complesso e nell’assenza completata di indicazioni e di modelli su scala nazionale e regionale, lo scrivente  ha redatto "undici tesi" per precisare la narrazione relativa alla questione migratoria a Monfalcone: ovvero l’ individuazione del problema e delle linee di indirizzo politico per l’inclusione in Area vasta sovracomunale gravitante attorno allo stabilimento monfalconese per una più razionale distribuzione, quindi per l’inclusione finalizzata alla coesione sociale e per il disinnesco delle pulsioni xenofobe e di rifiuto che si manifestano dove si addensano eccessive concentrazioni migratorie che quindi vanno redistribuite sul territorio. E’ il compito dell’Agenzia di coordinamento sopra citata.

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