Dialogo Aperto
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Questione di democrazia

Alcune riflessioni sul referendum sulla Città Comune

Sto assistendo, sempre più sconcertato, a tutto ciò che appare, quasi quotidianamente, sulla stampa locale di questi mesi, riguardo alla raccolta firme e conseguente, ormai probabile referendum sulla Città Comune tra Monfalcone, Ronchi dei Legionari e Staranzano.
Prese di posizioni varie, per larga parte favorevoli a questo progetto, che ci spiegano i benefici di una futura città di quasi 50 mila abitanti; sindaci che , a turno, vengono chiamati "a giustificare" la loro posizione nel merito; foto di banchetti per la raccolta firme, davanti a luoghi pubblici e ben frequentati o a feste di partito; esponenti politici che rivendicano la primogenitura dell’iniziativa; altri che sottolineano la propria bravura nel raccogliere da soli centinaia di firme, facendosi fotografare con personaggi famosi intenti a  firmare. Altri amministratori, che invece, vedono in tutto questo, un attacco all’autonomia del proprio comune e ne denunciano le lobby e i vari interessi che vi sarebbero dietro. Insomma, di tutto e di più.
E quando pareva essere arrivati ai titoli di coda: le firme sono state raccolte e si andrà quindi al referendum, arriva il colpo scena: intervistato da un  giornalista de "Il Piccolo", l’Assessore regionale competente ci informa che, stando così le cose, le amministrazioni comunali di Monfalcone e Ronchi dei Legionari, che la prossima primavera erano in scadenza e dovevano essere rinnovate, per legge non potranno farlo. Sindaci, Giunte e Consigli Comunali, dovranno, infatti, essere prorogati fino al 31 dicembre 2016, poiché nella primavera di quell’anno (o comunque entro il 31 luglio 2016), sempre per legge, dovrà tenersi il Referendum sulla Città comune.
E se per caso, ha poi spiegato l’Assessore regionale Panontin, il referendum dovesse vedere la vittoria dei sì, in automatico, dal 1° gennaio 2017, non solo le Amministrazioni comunali di Monfalcone e Ronchi dei Legionari, ma anche quella di Staranzano (che sarebbe dovuta scadere nel 2019), non esisteranno più!
Nascerà infatti, immediatamente, il maxi-Comune, che sarà retto da un Commissario (per prassi il Sindaco del comune maggiore, cioè quello di Monfalcone) e da un Vice Commissario, scelto dalle due restanti amministrazioni, fino alla primavera del 2017 quando, finalmente, si terranno le elezioni della Città Comune e si avrà così il nuovo Sindaco, la nuova Giunta e il nuovo, unico, Consiglio comunale.
Apriti cielo! Immediatamente il Presidente della Provincia Gherghetta con toni duri, sferra un attacco all’Assessore Panontin e alla sua azione, definendo la norma "anticostituzionale", mentre il Sindaco di Ronchi dei Legionari, Fontanot, si augura che Panontin "abbia il pudore di dimettersi".
Fin qui la cronaca o quasi.
Ora, da semplice cittadino, nonostante le mie frequentazioni con la politica, e senza entrare nel merito della questione, favorevole o contrario alla Città Comune, confesso un certo disagio nell’assistere a tutto questo, ed in particolare,  alla rappresentazione di un "fare politica" e di " un essere nelle istituzioni" che, a mio modo di vedere, non aiuta il semplice cittadino a distinguere (e ne avrebbe tutto il sacrosanto diritto) chi, in tutta questa vicenda, sta agendo in buona fede da chi, invece, agisce inseguendo interessi altri, e, soprattutto, alla prova finale, quale potrà essere il suo reale convincimento e peso di cittadino, nel determinare la scelta finale, Città Comune o no.
Dico questo, non solo riferito al fatto che la futura campagna referendaria sarà giocata, con ogni probabilità, più su slogan gridati, che su reali dimostrazioni di effettivo beneficio per il cittadino-utente per una scelta, rispetto all’altra, quanto sul fatto che a decidere per tutti noi, basterà anche un’esigua minoranza.
La validità del referendum e del suo risultato finale, per legge, non richiederà, infatti, alcun quorum di partecipazione. Sarà così sufficiente che la maggioranza di chi si recherà al voto (fosse essa anche, ad esempio, solo del 10% degli elettori totali dei tre comuni aventi diritto), voti sì e la Città Comune sarà realtà.
Ciò avverrà, per assurdo, anche se in 2 comuni su tre dovessero prevalere i no, ma complessivamente i sì fossero in numero assoluto maggiore.
Tutto questo dovrebbe, peraltro, far riflettere, poichè la dice lunga sull’istituto del referendum e sull’ uso che se ne può fare.  Non potendo però cambiare la legge, vi è, al momento, un solo modo per rendere, a mio avviso, quella consultazione il più possibile un’espressione vera e democratica della volontà dei cittadini di tutte e tre i Comuni: fare in modo che la Città Comune, se dovrà nascere, possa farlo solo se in tutti e tre i comuni dovessero prevalere i sì.
Per arrivare a questo, è la stessa legge regionale a venirci incontro (Art. 19, comma 1 della L.R. 5/2003, così recentemente modificato): "Nel caso di fusione tra due o più Comuni, qualora il Consiglio comunale abbia espresso parere contrario all’iniziativa, per l’approvazione del quesito sottoposto a referendum, è necessario altresì che in quel Comune la risposta affermativa raggiunga la maggioranza dei voti validamente espressi".
Faccio allora una proposta che può sembrare "provocatoria", ma che in realtà non lo vuole essere affatto: i tre Consigli comunali esprimano, prima del referendum e aldilà delle personali convinzioni dei propri componenti, parere contrario all’iniziativa, consentendo così ai cittadini in assoluta libertà, di scegliere poi, ognuno per il proprio comune, un futuro o meno nella Città Comune.
Se alla fine, il sì dovesse, dunque, prevalere in tutti e tre i comuni, significherà che la maggioranza dei cittadini di questo territorio vuole la Città Comune; in caso contrario, si dovrà invece prendere atto che non è così e quindi accantonare quel progetto.
Sapranno "la politica" e "le istituzioni" darci questa opportunità?

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