Dialogo Aperto
stampa

Ma davvero dobbiamo "aiutarli in casa loro"?

Secondo alcuni governanti, tanto italiani come europei –oltre che al bar sotto casa-  sta affermandosi l’idea che la strada buona per risolvere il problema delle migrazioni sia quella di «aiutare i migranti a casa loro».

Ma davvero dobbiamo "aiutarli in casa loro"?

Così si pensa di andare a Tripoli (o portandoli a Parigi) e far degli accordi con i politici e con i sindaci del retroterra libico, per fermare i barconi dei migranti che scaricano in Italia i loro viaggiatori forzati. Sulla bocca di certi leader populisti la proposta si scredita da sola, ma sulla bocca di altri… può sembrare una soluzione plausibile e percorribile. Diciamolo subito: sappiamo tutti che non è così.  Siamo sinceri: l’Europa dovrebbe fare la sua parte e non la fa; l’Italia è lasciata incredibilmente sola ad affrontare il problema degli sbarchi e dell’accoglienza delle migliaia di migranti che varcano il confine dell’Europa e approdano sulle sponde italiane. Quello che occorre –a dircelo sono i missionari italiani nel mondo- è “cambiare marcia. Vediamo come, concretamente.
In primo luogo, prendere atto che la Libia è in stato di guerra, da molto, troppo tempo, e non se ne vede ancora la fine, per cui è praticamente impossibile mettere attorno a un tavolo i responsabili dei due principali governi ufficiali e quella quindicina di tribù che controllano il vasto territorio del Paese verso il Sahara e che lucrano sul trasporto di chi cerca di arrivare in Italia.
C’è un secondo dato di fatto che “noi europei dimentichiamo perché è… futuro ed è che tra vent’anni, cioè nello spazio di una generazione – ricorda Romano Prodi –, l’Africa subsahariana aggiungerà alla sua popolazione un miliardo di abitanti, mentre nel frattempo l’Europa ne perderà parecchie decine di milioni. Questo fatto dovrebbe svegliare l’Europa perché prepari un progetto di sviluppo proporzionato alla crescita demografica del continente africano e al rischio che questo comporta. Dimenticando quest’ultimo fatto, sarà impossibile gestire le centinaia di milioni di potenziali immigranti che continueranno a cercare lavoro e libertà fuori del loro continente.”
In sintesi, tutto quello che stiamo facendo è meritorio, soprattutto per il generoso intervento di molte associazioni umanitarie e/o di privati cittadini che alleviano le sofferenze dei migranti, ma è insufficiente, mentre gli aiuti che pensiamo di dare ai governi africani per frenare il flusso migratorio non solo sembrano scarsi ma con molta probabilità e, oserei dire con certezza, non arrivano allo scopo per cui sono dati, ma finiscono nelle tasche dei governanti locali, dei politici e dei burocrati corrotti o inefficienti”.
Confidiamo che sacrosanta appare la conclusione cui giunge Romano Prodi: «Per aiutare i cittadini africani in casa loro bisogna perciò cambiare marcia sia dal punto di vista della quantità che della qualità della nostra politica». Ma ora di tutto questo non si vede ancora la realizzazione. Ha ragione il card. Parolin quando afferma che aiutare gli africani a casa loro è un «discorso valido», purché esso si concretizzi, perché, come ha detto mons. Galantino, «se non si dice dove, quando e con quali risorse, non solo [questo discorso] rischia di non bastare ma può anche essere un modo per scrollarsi di dosso le responsabilità» (Corriere della sera, 13 luglio 2017).
Conclusione: “Noi, missionari, che lavoriamo in quelle terre, l’abbiamo visto ormai troppe volte: i buoni propositi di contribuire allo sviluppo di quello che una volta si chiamava il terzo mondo, si arenano sul bagnasciuga delle buone intenzioni o nella rete degli interessi privati di chi dichiara di voler aiutare. Troppe volte abbiamo dovuto concludere che non sono le elargizioni di denaro che salvano l’Africa o la fanno decollare verso lo sviluppo.” Un auspicio da fare nostro, unitamente ai pensieri di padre Alex Zanotelli su Avvenire.
Con alcune proposte, dei missionari, “esperti in cose africane. Deve essere l’Africa a volerlo secondo un programma, dice Prodi, che riguardi «le infrastrutture necessarie a costruire una moderna economia, non solo strade e ferrovie ma nuove reti di telecomunicazione, di produzione e distribuzione dell’energia oltre a moderni e capillari sistemi scolastici e sanitari», in quanto «L’efficacia di questi interventi a rete viene resa evidente dal fatto che la buona crescita che si è verificata in una parte dei paesi africani negli scorsi anni è strettamente dipendente dalla diffusione di un sistema capillare di telefoni portatili, promossi soprattutto dalle imprese cinesi».
In altre parole, nessun assalto alla diligenza da parte di colossi economici o di Stati sfacciati come la Cina o dei nostri parolai. Di si curo è che , sempre “secondo i missionari” se non provvederemo a tempo, andremo dritti verso un peggioramento dell’attuale situazione dell’Africa e verso una «una tragedia» che inevitabilmente renderà più insicuro e drammatico anche il futuro del nostro continente. Ma, chi è disposto ad ascoltare i missionari, da sempre sul posto?
Chi è disposto ad ascoltare il prof. Prodi, laico cattolico adulto o Zanotelli o altri esperti veri? Chi è disposto a riconoscer quanto i missionari (con i soldi della povera gente) hanno costruito sul posto, a casa loro nei secoli?
Affidiamo loro almeno le poche lire degli aiuti umanitari. Almeno saremo certi del loro utile rendimento, per fermare i profughi sul bagno-asciuga e …stare sereni.

© Voce Isontina 2019 - Riproduzione riservata
Ma davvero dobbiamo "aiutarli in casa loro"?
  • Attualmente 0 su 5 Stelle.
  • 1
  • 2
  • 3
  • 4
  • 5
Votazione: 0/5 (0 somma dei voti)

Grazie per il tuo voto!

Hai già votato per questa pagina, puoi votarla solo una volta!

Il tuo voto è cambiato, grazie mille!

Log in o crea un account per votare questa pagina.