Dialogo Aperto
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La sempre difficile autonomia

La effervescenza che viene dalla vicina Spagna - dove Barcellona e la Catalogna hanno reso incandescente il clima politico e soprattutto culturale - e che trova riconoscimenti nostrani in un referendum annunciato tra Veneto e Lombardia ed in alcune richieste di comuni del vicino Veneto di fare parte del Friuli Venezia Giulia, è foriero di novità e non tutte positive.

La bandiera dell’autonomia ci appartiene per la nostra storia e per i valori che ci illuminano; facciamo parte di una Regione che per definizione è “autonoma”; la nostra tradizione culturale e politica a parte gli inquinamenti nazionalisti e centralisti - cresciuti fra noi a causa di varie forme di irredentismo - ha una solida radice che non è andata dispersa ed ha trovato radici sicure nella carta costituzionale e oltre cinquanta anni fa nella istituzione regionale che, appunto, si firma “autonoma”.
Una autonomia difficile e complicata, soprattutto a causa delle tentazioni sempre presenti fra di noi a causa di una malattia diffusa (appunto il centralismo a cui tutto si può e si dovrebbe sacrificare, in quanto capace di rispondere alle tante contraddittorie domande di indipendenza) che i partiti nazionalisti subito interpretano a loro favore. Non solo, ma anche appunto a causa delle malattie mai guarite del centralismo romano e, dopo sessanta anni abbondanti di regione dalla stessa istituzione regionale che fatica a declinare l’autonomia che, a parole, pensa di ben rappresentare. Una malattia che riguarda anche altre società e istituzioni.
La vocazione autonomistica delle comunità - anche delle piccole comunità - ha dato una buona prova di sè (anzi, da tutti celebrata con autoreferenzialità) ad esempio nella immane opera di  ricostruzione dopo il terribile terremoto del 1976: autonomia e senso di appartenenza hanno giocato splendidamente garantendo efficienza, efficacia, lungimiranza ed eliminazione di sprechi (oltre che di scandali). La valorizzazione delle autonomie - rinforzate da strutture indispensabili e collegate in una visione regionale - ha garantito ricostruzione e sviluppo, futuro e benessere.
In quella occasione rimase sconfitto ed ai margini il progetto di una grande Udine (da contrapporre ad una “grande “ Trieste) che avrebbe sortito uno spopolamento reale, sicuramente molto più esteso e preoccupante di quello che oggi, per altre ragioni, verifichiamo.
I rigurgiti di assistenzialismo hanno impoverito il tessuto debole della autonomia che richiede risorse e fiducia, cioè riforme coraggiose e intelligenti che lascino il potere diffuso sul territorio e, allo stesso tempo, facciano crescere una cultura della partecipazione, della condivisione. Soprattutto del superamento degli anacronistici enti in conflitto uno con l’altro a causa della incapacità (e non solo) di una visione solidaristica e sussidiaria, dove nessuno deve fare quello che fanno altri con efficienza e capacità di servizio al cittadino.
L’autonomia, infine, va difesa prima di tutto promuovendo responsabilità sul territorio e non cancellando identità, potenziando servizi, responsabilizzando il cittadino.
Sulla valorizzazione (o meno) delle autonomie si celebrano e si celebreranno possibili successi o cadute elettorali: la vicenda delle Uti è solo l’ultima prova. L’esigenza di una seria collaborazione fra enti e istituzioni non può preludere a lasciare le strade senza vigili o diminuire in nome di una concentrazione i servizi; l’uso e la programmazione del territorio non può essere tale senza un respiro regionale; l’abolizione delle provincie, per adesso, registra soprattutto un aumento degli emolumenti ed un allontanamento delle presenze sul territorio non certo un potenziamento di qualità dei servizi.
Là dove tutto questo è stato accolto e condiviso (vedi alcune esperienze nel Trentino-Alto Adige) non si registrano richieste di indipendenza o di separatismo. La disgregazione nasce dal riconoscimento delle autonomie (tutte) e dalla carenza di servizi sul territorio. In definitiva di una mentalità accentratrice che ama avanzare mostri (autonomie) che non esistono.

© Voce Isontina 2019 - Riproduzione riservata
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