Dialogo Aperto
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Gorizia, maggio 1945

La necessità di chiudere i conti con il passato

Era il 1° maggio di 70 anni fa. La guerra era finita e Gorizia tirò un sospiro di sollievo: tutti si unirono ai festeggiamenti. Gli sloveni, molto ben preparati ed organizzati, riempiono la città di scritte e bandiere. Un goriziano, semplice simpatizzante socialista, uscì di casa contento, rientrò preoccupato. "Non mi piace, non gridano (in sloveno) a morte i fascisti ma a morte gli italiani". Nella notte verrà deportato. Gli elenchi erano pronti dall’autunno del 1944 e non erano solo i cosiddetti fascisti. Nel Comitato Misto costituito frettolosamente in aprile tra il CLN e l’OF, nel quale il PCI italiano stava giocando un ruolo determinante, si vivevano momenti di incertezza e preoccupazione. Si assicuravano il reciproco rispetto e la definizione dei confini al tavolo della pace con i rispettivi governi. Il rapporto del rappresentante del PCI di Gorizia nel comitato misto descrive dettagliatamente il tradimento ai danni del CLN e della resistenza italiana non comunista, tradire significa venire meno agli accordi appena stipulati. E l’operazione viene testimoniata dalle note di altri esponenti comunisti. Una operazione di occupazione della città confermata anche dalla presenza proprio in quei giorni di Boris Kraiger in riunione con l’OF a Gorizia.
L’uscita del PCI dal CLN costringe allo scioglimento, Olivi e Sverzutti membri del CLN vengono deportati e scompaiono. Vengono arrestate e deportate alcune migliaia di persone. E’ Gorizia che lancia l’allarme sulla sparizione delle persone. Per i goriziani, dopo l’imposizione del fascismo, le leggi contro le minoranze, le leggi razziali, la deportazione e scomparsa della comunità israelita, la vicenda del maggio 1945 è la pagina più atroce e drammatica della millenaria storia di Gorizia, che non vogliamo chiudere. Sulla stessa siamo ancora arroccati, lacerati e divisi in un teatrino duro e puro fra "sinistri e destri" ma lacerante e amaro per la maggior parte degli altri goriziani come me.
Quanto avvenne a Gorizia riguarda il margine di quel grande massacro perpetuato dal regime comunista sul territorio sloveno sul quale anche la Slovenia è tuttora lacerata e divisa. Massacro che riguarda anche tutto il resto del territorio jugoslavo. Quantificare sarà impossibile ma direi anche inutile, la commissione slovena certifica la eliminazione di almeno 100.000 persone fra il maggio  ed il giugno del 1945.
Fino alla fine del 1945, a Gorizia, saranno le squadre slovene a controllare la città, poi la parte italiana lentamente prese coraggio, prima aggregandosi in quel nucleo che costituì successivamente attorno al colonnello Corsini, a Stanta e ad altri quella che verrà poi chiamata Divisione Gorizia. Seguì la costituzione dell’AGI. La parte slovena, venuta a mancare inaspettatamente l’annessione alla Jugoslavia, si trovò spiazzata in minoranza e difficoltà, e fu un biennio lacerante che divise tutti i goriziani e anche il PCI. Si costituì il PCI filo italiano nel quale spiccava tra gli altri la figura di Pustetto padre, dei fratelli Coderin, inopportunamente dimenticati ma io dico volutamente omessi dalla storiografia locale di sinistra. Al quale si contrappose il PC Giuliano, favorevole alla annessione alla Jugoslavia, tra loro Poletto. Aderirono alla Divisione Gorizia coraggiosi combattenti partigiani e diversi autorevoli garibaldini. Dal primo maggio non era più resistenza, era lotta nazionale.
La popolazione goriziana italiana e slovena ha saputo sapientemente superare queste vicende complesse e tragiche; la politica ed il reducismo, no. In particolare gli esponenti del PC non hanno ancora saputo affrontare quelle drammatiche pagine. Banalizzare quelle vicende è un errore prima etico e poi politico; ancora di più strumentalizzarle, sia con le mediocri ed effimere iniziative della destra sia con i silenzi e le ambiguità della sinistra.
Resta un vulnus pesante, la negazione del diritto alla sepoltura dei morti. A qualcuno fa paura, mentre qualche altro, spera di utilizzarlo per interessi politici. Ai giovani interessa poco per essi è importante guardare avanti; agli anziani va la responsabilità di chiudere i conti con il passato. La scelta è tra una memoria balcanica di parte o una memoria comune europea, capace di trovarsi oltre i fatti piangendo insieme le vittime. Le scorie del passato che abbiamo visto provocano altre strumentalizzazioni, tantomeno è possibile difendere un passato che comunque è destinato a riemergere.

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