Dialogo Aperto
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Don Oreste Benzi, un sacerdote davvero fuori dall’ordinario

Vecchie storie di parroci nelle nostre città

Parole chiave: don Oreste Benzi (1)

Carissimo Direttore,
questa volta desidero raccontarLe come è andata con i sacerdoti di Rimini, che sono stati tanti, se non altro perché risiedo nella città dal lontano 1953. Di uno almeno non posso fare a meno di riferire a Lei e ai lettori del settimanale, non solo per lo spazio che ha occupato nella vita religiosa mia e di mia moglie, ma soprattutto per la testimonianza cristiana e sacerdotale che ha offerto a tutti. Si tratta di don Oreste Benzi, un sacerdote davvero fuori dall’ordinario, esemplare, per il quale è in corso la causa di beatificazione.
Si occupò di me e della mia consorte, soprattutto nei suoi primi anni di sacerdozio, mentre lo seguivo nel suo impegno nella gioventù di Azione Cattolica. Lo conobbi appena arrivato nella nuova residenza e ci trovammo subito in sintonia: volevamo tutti e due servire il Signore e occuparci dei giovani. Dopo qualche esperienza di lavoro assieme, volle che diventassi Delegato Diocesano Aspiranti. Iniziò allora un sodalizio ricco di mille imprese e di tanti momenti preziosi, scaturiti da un’intensa collaborazione, io ad entusiasmare i ragazzi, lui a seguirli spiritualmente. Ebbi così modo di conoscerlo, di apprezzarne le tante virtù che possedeva, ammirai l’intensità e la profondità della sua fede, ne sperimentai l’impegno nel ministero sacerdotale tra i giovani. Tra l’altro esercitava nel seminario locale anche la funzione di assistente dei seminaristi.
Don Oreste era dotato di una intelligenza non comune, di una grande sensibilità, di profondo sentimento, di una resistenza fisica inesauribile. Tutte doti esaltate da una totale adesione alla fede, da un’assoluta radicalità evangelica. Stare con lui significava respirare un’aria divina affascinante e contagiosa, espressa in un inguaribile ottimismo, in una gioia continua, visibile nel più largo dei sorrisi. Sapeva avvicinare in modo cordiale e partecipativo, cogliendo già nel volto dell’interlocutore, con rara intuizione, quale fosse la sua situazione. I ragazzi al suo fascino non potevano resistere, conquistati da lui a prima vista. Sapeva condurre un colloquio personale accattivante, i giovani volevano parlare personalmente con lui, facevano la fila davanti alla stanzetta dove li riceveva. Il suo incontro di solito consisteva in una confessione-dialogo che rinfrancava: ciascuno quando aveva terminato di vederlo appariva appagato e contento, pieno di gioia. Anche i discorsi in pubblico del don colpivano, condotti sull’onda dell’entusiasmo e della passione, sempre interessanti e rivolti alla realtà concreta della vita di ogni giorno. Chi li ascoltava ne rimaneva coinvolto e convinto.
L’amicizia mia e di mia moglie con don Oreste, nei primi tempi del nostro incontro, proseguì gratificante e feconda, ma dovette rallentare quando il sacerdote spiccò il volo con la sua "Papa Giovanni XXIII", l’associazione da lui fondata. Un disegno a largo raggio il suo, che iniziò con l’occuparsi di bambini abbandonati, poi accolse gli handicappati, quindi i drogati che volevano uscire dalla propria condizione, alla fine si aperse con generosa sollecitudine ad ogni situazione di bisogno. Il suo punto di forza era la "casa-famiglia", sempre fondata su entrambe le figure genitoriali; quelle della sua comunità un po’ alla volta, partendo da Rimini, trovarono posto in tutto il mondo, dall’Africa all’America Latina, alla Russia. Diverse sono le iniziative che l’associazione ha messo in campo, che tuttora gestisce, addirittura si moltiplicano man mano che si presentano nuove situazioni di bisogno. Tra tutte ne ricordo una che mi pare tra le più importanti, coraggiosa e significativa, l’"operazione colomba", che cerca di portare l’incontro e la pace nelle zone più difficili e critiche del mondo.
Mia moglie ed io, pur da lontano, abbiamo continuato a seguire, nei limiti delle nostre possibilità, le sue imprese, se non altro con la preghiera, ogni tanto con qualche scambio epistolare.
Ultimamente lo andavo a trovare, a chiedergli aiuto per i poveretti che incontravo, sempre da lui generosamente aiutato. Era diventato comunque sempre più difficile vederlo, perché correva per il mondo a seguire le sue imprese. Morì improvvisamente sulla breccia, come del resto aveva vissuto, stroncato nel cuore affaticato per un così inesausto impegno. Venne subito considerato santo per tutto il bene che aveva fatto, una grande folla seguì i suoi funerali, oggi continuo è il pellegrinaggio alla tomba del prete dalla "tonaca lisa", indimenticabile, sempre vivo nel ricordo, ancora presente nell’azione della "Papa Giovanni".
Don Oreste scrisse anche e numerose risultano le sue pubblicazioni, qui a Rimini molti seguono, ad esempio, i suoi commenti alla Messa quotidiana; diversi sono gli scritti su di lui e la sua opera. Assieme a Rosi, mia moglie, anch’io mi sono permesso di dedicargli le mie cento pagine, nelle quali racconto della nostra avventura con lui. Un omaggio, il nostro, all’amico più grande e provvidente che abbiamo mai avuto, a colui che più di ogni altro ha illuminato e illumina il nostro cammino verso il Signore.

© Voce Isontina 2021 - Riproduzione riservata
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