Dialogo Aperto
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Dat: oltre il registro va attuata una vera politica

Alcune considerazioni sulla legge regionale 4/2015 e l'impugnatura da parte dell'Avvocatura dello Stato

La legge regionale n° 4/2015 “Istituzione del registro regionale per le libere dichiarazioni anticipate di trattamento sanitario (DAT) e disposizioni per favorire la raccolta delle volontà di donazione degli organi e dei tessuti” approvata per la prima volta dal consiglio regionale il 5 marzo 2015 con 30 si, 3 no e 2 astensioni, è stata impugnata dall’Avvocatura dello Stato che ha rilevato in quel provvedimento legislativo profili di incostituzionalità per aver invaso la competenza esclusiva dello Stato sia in materia di ordinamento civile sia in materia di tutela della salute.
Per tale ragione lo scorso 27 maggio 2015 il Consiglio regionale ha invitato il Parlamento ad emanare una legge che, teoricamente, rispettosa della sensibilità degli italiani, cerchi di risolvere alla radice il delicatissimo problema delle tematiche di fine vita e del valore giuridico delle DAT.
La legge regionale n° 4, secondo i consiglieri proponenti Pustetto, Da Giau, Colautti, Cremaschi, Lauri, Gratton, Gregoris e Bagatin, è nata con il dichiarato intento di uniformare in tutta la regione le modalità di raccolta e di conservazione delle DAT stante il fatto che non era scoordinato.
Si è cercato dunque di disciplinare attività esclusivamente amministrative senza invadere competenze che sapevamo essere dello Stato. Ma, preso atto dei rilievi dell’Avvocatura dello Stato, sarebbero state apportate delle correzioni in quelle parti della legge non chiare o suscettibile di sbagliate interpretazioni. Anche dopo l’impugnazione da parte della’Avvocatura, l’impianto e il senso della legge sulle DAT, peraltro approvata il 1° luglio scorso per la seconda volta in consiglio regionale, sono rimasti politicamente gli stessi anche se tecnicamente modificati.
La reiterata approvazione merita due o tre riflessioni che stanno tutte dentro all’ambito del senso di questo provvedimento legislativo regionale. Uniformità, in questi e altri casi, soprattutto in presenza di persone o situazioni di grave handicap, significa un rinnovato attentato alla sicurezza psicologica e fisica nei confronti di quanti in questi provvedimenti vede un attentato alla loro già scarsa stabilità. Sono le persone labili a percepire una scarsa attenzione e sensibilità.
Non solo, tali condizioni precarie, dovrebbero impegnare Stato e Regione a garantire la vita già difficile, invece, anche per ragioni di spesa, la tentazione è di eliminare provvedimenti a loro favore, rendendo così la vita ancora più precaria e sofferente. Tali persone non possono non vedere in questo un accanimento che, problematizzando un tema che loro sentono così urgente (la vita), le affatica fino alla disperazione.
In una parola, davanti a questa legislazione resta forte il rischio della sofferenza insieme con la incertezza; così come la sproporzione di interessamento e di impegno concreto per chi soffre. Senza dire dell’abbassamento di visione che riduce l’umano all’efficiente e il dolore ad una disgrazia del destino. È compito dei legislatori, oltre che della politica, guardare con visione più completa spingendosi verso il bene comune complessivo, nel rispetto dei fondi necessari e delle esigenze delle persone.

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