Dialogo Aperto
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Arnolfo De Vittor, un consigliere ed una guida

"Lo avevo conosciuto quando operava tra i giovani cattolici di Sant’Ignazio, mentre io facevo parte di quelli di Piazzutta. Arnolfo per noi rappresentava il fratello maggiore; un esempio che ci dava sicurezza e animava le nostre iniziative"

Parole chiave: Arnolfo De Vittor (1)

Carissimo Direttore,
se sulla "Voce" compare qualcosa della mia vita goriziana lo devo all’indimenticabie, carissimo amico, che a suo tempo era presente tra voi, Arnolfo De Vittor.
Lo avevo conosciuto quando operava tra i giovani cattolici di Sant’Ignazio, mentre io facevo parte di quelli di Piazzutta. Arnolfo per noi rappresentava il fratello maggiore, che ci faceva da guida e da consigliere, un esempio che ci dava sicurezza e animava le nostre iniziative.
Fu accanto a noi ai tempi dei "baschi verdi", di Carretto presidente nazionale della Giac, della manifestazione che si tenne anche a Gorizia in preparazione del grande convegno nazionale a Roma. Viaggiò sempre con noi e gli altri giovani che dalla nostra città si recarono nella capitale, ci si trovò poi assieme in quel memorabile soggiorno romano. Ricordo che in quella occasione Arnolfo volle far conoscere ad alcuni di noi certi suoi parenti romani, che andammo a trovare.
Ne sortì una inaspettata festa, perché fummo accolti dai suoi con particolare cordialità ed entusiasmo, tanto che venimmo trascinati in una tipica trattoria del luogo, dove gustammo squisite fettuccine alla "burina", bagnate da un gradevole vinello dei Colli Romani.
Non ci saremmo mai aspettati un’accoglienza del genere, noi piuttosto tapini di provincia, coinvolti da una straripante vitalità romana.
Quella parentesi festosa e culinaria non l’ho dimenticata, assieme all’accompagnamento fraterno e familiare del nostro amico. Si trattò di una inaspettata sorpresa che favorì la nostra amicizia, Arnolfo ci aveva conquistato ancora un po’.
Il mio allontanamento da Gorizia, dopo il trasferimento dei miei, non mi permise più di seguire l’amico nelle vicende goriziane.
Lo ritrovai però, più volte a Roma, in occasione dei convegni dei dirigenti della Gioventù Cattolica, alloggiavamo insieme alla "Domus Pacis". Risultarono occasioni per raccontarci, tra uno scherzo ed una battuta, le reciproche vicende nella diversa situazione nella quale ci trovavamo, con l’occhio sempre rivolto alla nostra attiva militanza in Azione Cattolica. Arnolfo sostanzialmente non era cambiato, anche se appresi che si era sposato, lo seppi quando qualcuno con un mezzo compiaciuto sorriso gli chiese come facesse a dormire da solo senza la sua dolce metà... Comunque l’amico rimaneva pur sempre solido ed inossidabile nella sua impagabile amicizia, lo trovavamo ancora gratificante, costruttivo, arguto, sollecito per le nostre cose, sempre disponibile. Il solito amabile fratello maggiore.
Lo contattai di nuovo nel 1977, in occasione di una fugace visita goriziana della mia famigliuola, permessa dalla generosa ospitalità di don Ennio Tuni. Avevo un figlio di quindici anni che voleva pescare nelle acque goriziane e mi venne indicato Arnolfo come padre di un figlio dedito a sua volta alla pesca, così ebbi l’occasione d’incontrarlo un’altra volta, accolto come sempre da caro amico. Dopo di allora non ebbi altre occasioni di tornare a Gorizia, con gli amici goriziani non ebbi più alcun contatto.
Ma nell’ottobre del 1999 successe qualcosa che mi riportò di colpo alla mia indimenticabile vita goriziana. Presenziavo a Rimini ad un congresso del P.P.I. e alla sera, alla fine dei lavori, me ne stavo tornando a casa, camminavo nel flusso dei partecipanti che lasciavano la sala del congresso, quando tra la gente sentii una voce nota.
Mi voltai di scatto, era Arnolfo che stava parlando con sua moglie!
Fu un incontro inaspettato, eccezionale, particolarmente accalorato ed emozionante, mi pareva di sognare! Da allora si aprì una via di comunicazione tra me e lui che durò fino alla sua improvvisa ed immatura fine. Ci telefonavamo, ad un certo momento, siccome stavo scrivendo le memorie di ragazzo per la mia nipotina e parlavo dei miei trascorsi goriziani, volli spedirgli qualcuna delle "brutte copie" che stavo preparando.
Lui se ne mostrò interessato, perché citavo i luoghi della mia infanzia, che risultavano anche i suoi, io infatti abitavo in via Caprin e lui in via Montesanto, praticamente, anche senza saperlo, eravamo vicini di casa. Siccome poi le mie storie toccavano vicende che riguardavano la vita goriziana del tempo, potevano interessare anche ad altri.
Lui che era ben presente alla "Voce Isontina" pensò perciò di pubblicare alcune delle mie pagine sul settimanale e fu così che approdai anch’io alla "Voce".
Tutto però s’interruppe alla sua morte, non mi arrivò più il settimanale, iniziò un nuovo periodo di silenzio goriziano. Fino a quando mia figlia, il Natale scorso, volle farmi dono delle mie memorie, ormai completamente concluse, sotto forma di un vero e proprio libro. A me venne l’idea di regalarlo anche all’attuale direttore del giornale, che a sua volta, al tempo della loro pubblicazione, conosceva i miei scritti. E’ iniziata così una nuova stagione del mio rapporto con Gorizia e la sua "Voce".
Di ciò debbo ringraziare Arnolfo, che mi sta profondo nel cuore, mai abbastanza riconoscente verso di lui, per me figura grande, di fede e di vera vita cristiana.
Della sua presenza nella Chiesa, nella società, nella famiglia penso che la "Voce" ne abbia adeguatamente scritto. Io gli dedico solo la rievocazione del personale rapporto con lui, una piccola testimonianza che spero serva ad illuminare ulteriormente la sua indimenticabile, splendida personalità.

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