Dialogo Aperto
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A proposito di “redenzione”

A cent’anni dall’ingresso delle truppe italiane in Gorizia è tempo di modificare il vocabolario

Parole chiave: Gorizia (35), Prima guerra mondiale (102)
A proposito di “redenzione”

Cento anni fa, proprio in questi giorni di inizio di agosto, le truppe dell’esercito italiano - dopo mesi di sanguinosissime battaglie a partire dal fronte che va da Monfalcone, attraverso il monte san Michele, il Calvario e gli altri colli - raggiungevano la città di Gorizia.
I due eserciti, che si controbattevano dal maggio del 1915, erano stremati: i feriti e le vittime si contavano a centinaia di migliaia; a fatica i morti potevano trovare posto nei piccoli cimiteri disseminati dietro le prime linee; sofferenze inaudite pesavano su tutti anche a causa delle condizioni nelle quali era stata impostata la logica dello scontro.
Insieme ai combattenti, le popolazioni civili disposte sul fronte avevano condiviso paure e distruzioni e, soprattutto, uno contesto quotidiano di morte e di violenza; nonostante che una parte di esse fosse stata evacuata su fronti diversi (dalla Stiria, fino a Lubiana e ad altri centri interni del regno d’Italia), quanti - illusi dalla propaganda di una guerra “blitz” - erano rimasti nei loro paesi per salvaguardare qualche bene, non si erano certo abituati ai rumori dei combattimenti, alla vista penosa dei combattenti ed alle distruzioni che avevano trasformati città e piccoli centri in un ammasso di rovine.
Non era ancora passata l’eco drammatica dell’utilizzo dei gas e, nella tensione della stagione estiva, le trincee ed i camminamenti erano bruciati dal sole; le pietraie del Carso e le doline, specialmente nella notte illuminata dalla luna, erano attraversate dal grido di dolore dei feriti in attesa di aiuto e di conforto; infine, non mancavano le notizie di ammutinamenti finiti con processi rapidi e fucilazioni.
Le notizie dal resto del Paese non erano migliori; terre abbandonate, miseria e scarsezza di mezzi e risorse per tutti; poche notizie realistiche e un trionfo di propaganda a senso unico.
In questo clima di distruzione e di morte, ebbe luogo quella che dopo fu chiamata la presa di Gorizia. L’entrata delle truppe in città dopo mesi di bombardamenti che avevano messo a dura prova i rimasti in città e avevano colpito soprattutto donne e bambini. Il ritiro delle truppe austroungariche sui colli che circondano la città, aveva reso possibile - da parte delle truppe dell’esercito di Cadorna - l’occupazione di quanto era rimasto in piedi e in specifico il dislocamento dei reparti per affrontare la battaglia che li aspettava nei mesi successivi. Un’occupazione che risuonava di odori e rumori di morte.
Chi era rimasto in città, a distanza di settanta anni, ricordava ancora i passi dei soldati che davano il cambio sui diversi fronti circostanti; perfino l’odore di bruciato, che accompagnavano quelli - pochi - che avevano conservato la vita, era rimasto incancellabile nella memoria dei superstiti.
Dunque, parole come conquista di Gorizia, presa della città … o altre che avrebbero inondato poi i libri di scuola e di propaganda, sono sproporzionate; come suonano macabri i racconti delle ricostruzioni degli avvenimenti che non tengono conto dell’immane tragedia e pretendono di attribuire significati ancora più insopportabili. La conquista e la presa di Gorizia soprattutto, sono arrivate alle generazioni successive - grazie soprattutto al clima di esaltazione e al suo utilizzo per scopi propagandistici a partire dagli anni Venti - con una ulteriore annotazione: Gorizia, i suoi abitanti - i nostri cari esuli in Stiria o militari sotto l’esercito austroungarico in Galizia, generazioni di giovani soprattutto che hanno ricevuto la morte - sono stati appellati come un popolo bisognoso di “redenzione”.
Un termine impegnativo per chi crede - in quanto indica un atto di amore da parte di Dio verso quanti ama di un amore sconfinato e comunica loro la vita che hanno perduto o è stata loro rubata - e un termine che non solo accomuna le popolazioni di questa terra - italiani, friulani, sloveni e veneti di emigrazioni varie - a popoli meritevoli una salvezza e, appunto, redenzione. Quasi che fossimo un popolo di incivili e di dimenticati, un popolo di ignoranti e retrogradi. Un popolo, dunque, da salvare dall’ignoranza e da non si sa quali servaggi. Non certo quello dell’ignoranza, non certo quello della inciviltà o quello della mancanza di cultura. La storia ha fatto giustizia sul numero di scuole popolari e superiori esistenti anche in una piccola provincia come quella del Goriziano.
Una “redenzione”, dunque, decisamente immeritata oltre che non necessaria; una redenzione che, tragicamente, darà la stura ad un altro 16 settembre 1947, con appunto “una seconda redenzione”.
Questo, non solo non appare corretto, ma costituisce un affronto insopportabile e un segnale inequivocabile della incapacità di liberassi da luoghi comuni e vocabolari assurdi. Soprattutto è un segno di scarso rispetto per quelle vittime che si vorrebbe esaltare in toni nazionalistici; le loro fatiche e sofferenze - su tutti i fronti - hanno certo un tono forte di provocazione contro una guerra inutile che è stata un macello e una volgarità.
La morte di tanta gioventù costituisce una unzione ed un gesto sacrificale che è “redentivo” per tutti. Questo è l’unico senso che possiamo accettare, insieme con una provocazione: in questo tempo di rinascita di nazionalismi a poco prezzo, occorre riscoprire - anche alla luce della grande guerra - un vero ideale di patria - appunto di quella Heimat che è specifica dello “spirito di Gorizia” come ha testimoniato solo una settimana fa il Presidente della Repubblica al sindaco attuale della città. Uno spirito contraddistinto non da ritorsioni verso il passato, ma di apertura e accoglienza, di dialogo e di incontro; atteggiamenti che si basano, occorre ricordarlo, su una concezione corretta ed onesta della storia, a partire proprio dalla testimonianza di un passato così sacro. E, per questo, non bisognoso di alcuna redenzione.

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