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"Castelli di Spagna" sulle rive dell’Isonzo

Nel programma della Stagione "Lipizer" Chiandetti, Nadal e Cavallero hanno proposto il richiamo ad un simbolo del sovrapporsi di tante culture in terra iberica, matrice di una civiltà composita quant’altre mai nel contesto europeo

"Castelli di Spagna" sulle rive dell’Isonzo

Competenza e abnegazione sono le qualità che più si ammirano in Elena Lipizer, direttrice artistica dell’Associazione intitolata al padre Rodolfo; ma analizzando i cartelloni concertistici da lei curati emergono altre prerogative di cui potrebbero far tesoro molti sodalizi attivi in campo musicale, specie quelli sbilanciati verso l’esterofilia.
La nostra programmatrice, invece, si fa scrupolo di mobilitare il più possibile le risorse locali, come si vede pure dal cartellone dell’attuale stagione, avendo già infilato tre appuntamenti con artisti conterranei, fra cui quello del 23 febbraio con un’opera donizettiana, affidata a strumentisti e cantanti nostrani, sotto la direzione di Severino Zannerini.
Quarta riprova del criterio "patriottico" l’ultima data, con il chitarrista Giulio Chiandetti, goriziano, affiancato dal soprano Cristina Nadal e dall’attore Enrico Cavallero, entrambi suoi corregionali.
L’ensemble ha proposto musica e poesia nella cornice "Castelli di Spagna", quale richiamo ad un simbolo del sovrapporsi di tante culture in terra iberica, crogiolo e matrice di una civiltà composita quant’altre mai nel contesto europeo: brani di Torroba, Turina, Gerhard, De Falla e Albeniz intercalati con dizioni poetiche da Garcia Lorca.
Dunque, una serata all’insegna dell’originalità e soprattutto pregevole per il livello conseguito, fin dai primi arpeggi cromatici dell’esordio (notturno di Torroba) sfociati poi in un crescendo di virtuosismi tzigani, le cui radici affondano notoriamente nella civiltà araba, anche preislamica e dal climax stillante voluttuosa malinconia.
Sola frenata emotiva nei Cantares di Roberto Gerhard, compositore flebile e incolore connotato da assidue ricerche sperimentalistiche non sempre metabolizzate, incluso nella locandina anche per non ricorrere a trascrizioni, in mancanza di una produzione originale non copiosissima nel repertorio voce-cordofono.
Ma l’excursus ha raggiunto l’apice con De Falla, particolarmente esaltante con le aforistiche Siete canciones populares, che dischiudono orizzonti aprichi, sia nella cantabilità spiegata sia negli arabeschi. Altrettanto si può dire del festoso sventolio di bandiere, evocato dall’epilogo di Albeniz, in particolare Asturias e Sevilla.
La cantante ha conquistato l’uditorio, specie nella seconda parte, avendo reso con leggerezza di vocalità e grazia esecutiva il "fuego" gitano, per esempio con gli abbellimenti di Canciòn o di Polo, le cui morbide acciaccature dalle modulazioni zingaresche hanno trasportato il pubblico nelle sognanti atmosfere andaluse.
 Bravo Giulio Chiandetti nel percorrere trame insidiose con grande pulizia di suono e sicura tenuta formale anche passando attraverso differenti "scordature" e percorrendo la tavolozza timbrica da vero miniaturista.
Apporto non secondario è venuto dall’attore, con dizione espressiva calibrata, ben aderente all’ethos del Lorca.
Calorosi consensi finali e, come fuoriprogramma, La Tarara preceduta da una poesia di Verlaine.

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