Editoriali
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Vocazione come esodo

Generalmente l’immagine che abbiamo dei cristiani è quella di persone piuttosto noiose, compassate, statiche, legate alle tradizioni. Se si legge bene il Vangelo, si ha un’altra impressione: i cristiani dovrebbero essere delle persone "eccentriche", ovvero delle persone che hanno il baricentro fuori di sé, che possono mantenere l’equilibrio solamente uscendo, solo sbilanciandosi in avanti.

Se si comprende bene il Vangelo ci si rende conto che è proprio una scelta coraggiosa proporre Gesù sulla croce, immagine della massima dedizione di sé, come modello dell’uomo compiuto e realizzato. Se prendiamo seriamente questa realtà, allora ne deriva che la pienezza della vita per il cristiano consiste nell’uscire da sé per fare dono di sé, consiste nel donarsi agli altri: questa è una vita bella e riuscita.
Quando si afferma che la vita è vocazione, si intende che la vita è un uscire da sé, è compiere un percorso di uscita, come viene raccontato nell’esodo.
Così ci provoca papa Francesco nel suo messaggio per la giornata di preghiera per le vocazioni che si celebra questa domenica. Vivere la vita come vocazione significa mantenere un atteggiamento costante e sempre nuovo di conversione e trasformazione, un restare sempre in cammino.
Tutte le chiamate che vengono raccontate nella Scrittura sono una risposta all’azione di Dio che fa uscire dalle comodità scontate, di cui a volte siamo schiavi, per andare verso di Lui e verso gli altri. Così scrive il papa: "Rispondere alla chiamata di Dio, dunque, è lasciare che Egli ci faccia uscire dalla nostra falsa stabilità per metterci in cammino verso Gesù Cristo, termine primo e ultimo della nostra vita e della nostra felicità".
Per imparare a vivere la vita come vocazione, ovvero come esodo, è necessario che le nostre comunità sappiano uscire da se stesse, è necessario che la nostra sia una Chiesa "in uscita". Una comunità cristiana che giochi in difensiva, per conservare quello che c’è, per custodire quelli che sono già dentro l’ovile e non si preoccupa di essere in espansione, non può educare le nuove generazioni a rispondere alla chiamata ad uscire da sé e a donarsi agli altri.
Certo, per fare il cammino dell’esodo, è importante partire dall’esperienza della contemplazione e della bellezza del roveto ardente, è importante sperimentare la comunione con il Signore e con la comunità, in un clima di calore e di bellezza. Tuttavia la cura dei già presenti non deve far dimenticare la tensione verso tutti.
Le vocazioni di speciale consacrazione sembrano essere quasi un test che misurano la generatività della fede: la scelta di rispondere alla chiamata al sacerdozio ministeriale, alla vita consacrata, alla missione è il segno di una comunità capace di educare a vivere la vita come vocazione. L’impressione è che molto spesso, e paradossalmente, le vocazioni di speciale consacrazione spuntano lì dove non ci si aspetterebbe: il loro sorgere è correlato al coraggio di uscire.
Questo coraggio di uscire può derivare da una forte idealità missionaria propria di una comunità bella e matura… ma il coraggio di uscire può essere anche legato alla povertà di una comunità che riconosce di non bastare a se stessa, che a volte più per necessità che per scelta, chiede ai propri giovani di uscire e di lasciare le proprie sicurezze per trovare altrove qualcosa.
A volte è proprio una Chiesa povera di strutture, di mezzi, di proposte che obbliga a cercare altrove e questo movimento di uscita ristabilisce la bellezza della vita cristiana concepita come esodo e come dono di sé ad altri. Celebrare questa giornata ci impegna ad essere una Chiesa sempre più in uscita e sempre più povera.

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