Editoriali
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Uno scollamento etico

Diventano titoli di quotidiani soltanto gli episodi di cronaca più eclatanti, e cioè le aggressioni agli insegnanti da parte di studenti o anche genitori, ma la relazione scuola/famiglia è diventata negli ultimi anni sempre più problematica e tesa.

Parole chiave: educazione (7), scuola (82), aggressione (2)

La sensazione è che sul tema dell’educazione si percorrano strade divergenti, in taluni casi opposte e confliggenti.
Già nel 2008 il ministro Fioroni avvertì l’esigenza di introdurre fra i documenti della scuola un patto di corresponsabilità educativa fra scuola e famiglia. Per la prima volta emergeva la necessità di mettere nero su bianco i termini dell’impegno, della responsabilità e della rispettiva partecipazione nei confronti di un progetto di formazione e crescita che fosse terreno comune per insegnanti e genitori. Oggi il patto di corresponsabilità educativa è un documento fondante, sebbene si scopra alle volte che alcune famiglie continuino a ignorarne l’esistenza, ma soprattutto l’importanza.
Lo scollamento etico (lo testimonia l’iniziativa di Fioroni), quindi, è già in atto da almeno un decennio.
Le famiglie chiedono alla scuola maggiore indulgenza, maggiore comprensione, un “venire incontro” che spesso non ha alcun fondamento pedagogico.
Qualche giorno fa, il filosofo Umberto Galimberti è intervenuto affermando che bisognerebbe “espellere” i genitori dalle scuole, “a loro non interessa quasi mai della formazione dei loro figli, il loro scopo è la promozione del ragazzo a costo di fare un ricorso al Tar, altro istituto che andrebbe eliminato per legge”. È chiaro che non sempre è così. Ci sono anche famiglie attente ed estremamente impegnate nel percorso educativo dei propri figli, ma in generale la tendenza sociale della “orizzontalizzazione” delle relazioni genitori-figli e il dilagare di un permissivismo spacciato per “emancipazione” mettono in crisi il rapporto con la scuola, che ha anche un’anima normativa.
Ma non è soltanto questo il motivo degli scontri.
Spesso il confronto alza i toni proprio nell’ambito della valutazione disciplinare dello studente. Negli ultimi anni c’è stato tutto un fiorire di certificazioni per disturbi dell’apprendimento, nonché di profili psicologici “a rischio” che in un certo senso chiedono alla scuola di edulcorare giudizi e valutazioni. In molti casi si tratta di diagnosi fondate, in altri casi molto discutibili.
Anche perché una volta ottenuto “il lasciapassare”, nonostante le dichiarazioni di intenti e i seminari formativi degli esperti, la scuola resta sola a cercare strategie che portino a una reale acquisizione delle competenze da parte del ragazzo.
Si tende a giustificare apparentemente i giovani, ma in realtà si cerca una giustificazione alle proprie mancanze.
Esse non sono necessariamente frutto della negligenza genitoriale, semplicemente risultanti di un’epoca che tende alla distruzione delle antiquate certezze, senza poi essere in grado di offrire nuovi percorsi di “costruzione”, e soprattutto di un’epoca sfiancata dalla gestione di un tempo quotidiano che non basta mai e che porta a sottovalutare molti aspetti della crescita dei nostri ragazzi, restando in superficie.
Come dice Galimberti c’è bisogno di “fascino” per educare, ma anche di autorevolezza.
 La vita è un percorso faticoso, richiede impegno, rigore e creatività.
C’è bisogno che scuola e famiglia si ritrovino, e non soltanto tra le righe di un patto formale.
“Un’educazione troppo indulgente è dannosa perché fiacca tutti gli slanci della mente e tutto il vigore del corpo”, Marco Fabio Quintiliano lo scriveva già nel I sec. d. C.
Noi lo abbiamo capito?

© Voce Isontina 2018 - Riproduzione riservata
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