Editoriali
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Una festa per la pace

"Vinci l’indifferenza e conquista la Pace" è il tema dell’edizione 2016 della Festa della Pace che l’Azione cattolica diocesana proporrà sabato 30 gennaio a Cormons.

Parole chiave: pace (10), festa (85), Festa della Pace (7)

Pensi alla Pace e ti travolgono le notizie sui fatti che in questi giorni, sempre più insistentemente i media ripetono.
E i sentimenti che pervadono il cuore, ma che emergono nelle parole della gente sono rabbia, fastidio, paura, smarrimento quasi ad interrogarsi sul da farsi.
Cosa fare di una lunga fila di persone, come me o te, che camminano per giorni con le loro famiglie, senza aver con sé nulla se non se stessi? Cosa fare di una marea di gente, ripresa nei filmati, che salgono sui gommoni al limite impossibile dello spazio, e non sanno nuotare? E tutto questo passa talmente tante volte davanti agli occhi da diventare quasi routine, quasi una solita insopportabile monotonia. In questo scenario spiegare, ma anche solo cercare il perché ha senso festeggiare la Pace non è poi così semplice.
Perché i vantaggi sono evidenti: quando c’è pace c’è prosperità, sicurezza, gioia semplicemente.
Ma "l’indifferenza e il silenzio aprono la strada alla complicità …" (Papa Francesco)
Noi non possiamo essere complici di quello che accade intorno a noi. Alla domanda di Dio a Caino: Dov’è tuo fratello? non è più possibile rispondere "Non lo so. Sono forse il guardiano di mio fratello?"
Tutti aneliamo alla Pace, al profondo desiderio di pace: è una speranza che non ci abbandona mai.
Perché pace è uguale ad ascolto, ad attenzione, a condivisione, a compassione, a solidarietà, in definitiva a Libertà.
Si, libertà: libertà di accorgerci di chi ci sta accanto, di come sta, di dove sta andando, di accoglierlo ed aiutarlo a vivere pienamente la sua vita, di condividere poi una strada.
Leggendo i segni dei tempi, è  adesso il tempo di educarci  al raggiungimento di un obbiettivo difficile: incamminarsi verso la pace, quella vera fatta di tanti tasselli e come ricorda Papa Francesco "coltivare la cultura dell’incontro", significa essere desiderosi di conoscere la storia dell’altro.
Allora ogni gesto fatto per educarci ed incamminarci verso la pace, è un gesto che educa tutti noi ad essere consapevoli, a costruire un clima di condivisione, è una occasione per coinvolgerci.
Non ci sono altre vie: compiere un passo verso la consapevolezza di noi stessi e della nostra fede.
Ecco allora il senso di una festa che dura un mese intero, contribuendo a creare idee, atteggiamenti stili, che siano un impegno a creare la cultura dell’accoglienza e sicurezza li dove ci si trova.
Insieme perché c’è bisogno di un autentico movimento di popolo
Quindi decliniamo la parola Pace con costruire: costruire la nostra coscienza per renderla attenta alla Parola di Dio, costruiamo i nostri gesti, perché non siano i gesti d’emergenza, ma della quotidianità, perché si superi la "globalizzazione dell’indifferenza" (Evangelii Gaiudiumn. 54).
Prendiamoci la responsabilità di promuovere riflessioni costruttive e concrete azioni di accoglienza e
fraternità, che non siano dominate dalla paura e dallo sgomento. Avviamo un processo che abbia al centro
la dignità della persona e lo spirito evangelico di misericordia e accoglienza. Perché nessuno può sentirsi estraneo alle vicende di questi giorni e di ogni tempo quando coinvolge fratelli che soffrono.
Ciascuno di noi, dunque, ha il compito di non lasciare prevalere l’indifferenza e la superficialità, ma di impegnarsi in prima persona, anche nei propri contesti locali, affinché la solidarietà e la sapienza prevalgano sull’egoismo e l’impulsività.
E in una canzone di Giorgio Gaber (letta in un contributo di don Chiazza) La Canzone dell’appartenenza dice "Sarei certo di cambiare la mia vita se potessi incominciare a dire noi".
Ecco cosa ci chiede l’oggi.

© Voce Isontina 2019 - Riproduzione riservata
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