Editoriali
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Rinunciare al presepe?

Nonostante le speranze di uscirne fuori presto, siamo ancora nel pieno della cosiddetta seconda ondata della pandemia.

Nel momento in cui scrivo questo articolo la regione Friuli Venezia Giulia è zona arancione, ma il pericolo di passare a zona rossa è tutt’altro che scongiurato. Nessuno sa quando potremo tirare un respiro di sollievo: ciò che è certo è il fatto che dovremo convivere ancora per mesi con la pandemia e sicuramente l’Avvento e il Natale di quest’anno saranno condizionati da questa grave e preoccupante situazione.
Che cosa fare nelle nostre comunità? Come vivere i tempi dell’anno liturgico in queste condizioni? Ritengo che la risposta sia già nella domanda: occorre comunque "vivere", non possiamo sospendere la vita personale, sociale e della comunità cristiana in attesa di tempi migliori, anche perché - purtroppo… - non sappiamo quando arriveranno. Vivere con tutte le precauzioni del caso, accogliendo con disponibilità e serietà le disposizioni date per prevenire e limitare il diffondersi del contagio, attuando a livello personale e comunitario atteggiamenti ispirati dalla massima prudenza, ma continuando a vivere.
Quindi facendo il presepe. In casa, ma anche in chiesa. E anche la tradizionale corona dell’Avvento. Certo, perché Natale è Natale anche quest’anno e i simboli del Natale sono importanti. Non sono certamente tutto, ma hanno il loro valore.
Sono perfettamente d’accordo con chi invita - e anch’io rilancio questo invito - ad approfittare di questa situazione così limitante per scoprire o riscoprire le dimensioni più profonde e spirituali. Sarebbe un peccato trascurare questa opportunità.
La cosa vale già a livello delle realtà umane che caratterizzano la nostra vita.
Per esempio le relazioni. Proprio la limitazione nella possibilità di incontro, di scambio affettuoso, di convivialità dovrebbe aiutarci a renderci conto che le relazioni con le altre persone sono un dono, non una cosa scontata e dovuta. E a viverle con una profondità e uno spessore diversi. Trovando, però anche il modo di esprimerle: non ci si può incontrare, ma ci si può telefonare, mandare un messaggio o una mail, fare una videochiamata, inviare un regalo, ecc.
La stessa cosa dovrebbe valere a livello della vita ecclesiale e spirituale. Già nel periodo del lockdown primaverile abbiamo capito, per esempio, che la celebrazione eucaristica non è una cosa ovvia e scontata, ma è un dono, da accogliere sempre con gratitudine e da vivere con intensità e pieno coinvolgimento. Sono sicuro che al momento della ripresa all’inizio dell’estate, questi atteggiamenti siano stati vissuti da tutti, ma poi? Forse si sono un po’ persi nei mesi estivi, perché purtroppo l’abitudine ha sempre (o quasi) il sopravvento. In ogni caso, ora che, pur con molte limitazioni possiamo ancora celebrare, dobbiamo farlo con maggiore cura e consapevolezza interiore, pieni di riconoscenza verso il Signore (l’utilizzo saggio del nuovo messale, come ho ricordato in diverse occasioni, dovrebbe aiutare a preparare e a vivere bene ogni celebrazione, anche quella feriale).
Quanto è detto per le celebrazioni (dell’Eucaristia e degli altri sacramenti), vale anche per le altre realtà che costituiscono la vita delle nostre comunità: la preghiera, i gruppi della Parola, la catechesi, la formazione, la carità, ecc. Occorre scoprire il senso di tutto e vivere ogni cosa con più convinzione e partecipazione. Trovando le modalità oggi possibili in base alle norme, ma anche con fantasia e creatività. Senza però rinunciarvi, appunto come deve avvenire per le relazioni.
Teorizzare come fatto positivo la rinuncia a ogni forma espressiva in nome di una purezza ed essenzialità spirituale (non celebriamo l’Eucaristia, anche se è permesso e di fatto possibile, perché così possiamo vivere finalmente il vero culto spirituale…) non mi sembra un atteggiamento condivisibile. Soprattutto a Natale, quando celebriamo la Parola che si è fatta carne, si è resa visibile. Riscopriamo allora la profondità del mistero del Natale, viviamolo quest’anno ancora di più come un dono, ma celebriamolo con i segni e con tutto ciò che lo esprime. E prima ancora viviamo così l’Avvento. Nel rispetto più rigoroso delle norme di sicurezza, con la massima prudenza possibile, ma cerchiamo di vivere bene tutto ciò che caratterizza questi tempi dell’anno liturgico. Senza dimenticare che al primo posto deve esserci la carità, soprattutto in questo periodo di crisi economica per molte persone e famiglie (l’Avvento di fraternità promosso dalla Caritas ce lo ricorda).
Da parte mia cercherò di stare vicino a ciascuno di voi e alle famiglie proponendo ogni sera le "Parole dell’Avvento" (come viene spiegato in un altro articolo di questo numero di Voce Isontina), invitandovi alla preghiera con me. E realizzate per queste settimane che precedono il Natale, secondo la tradizione, una bella corona dell’Avvento, accendendo via via le quattro candele nelle domeniche che ci avvicinano alla nascita di Gesù. Costruite anche il presepe e raccoglietevi in preghiera davanti a esso per tutto il tempo natalizio.
E mandatemi le foto della corona o del presepe, magari accompagnate da una vostra preghiera o poesia (natale2020@arcidiocesi.gorizia.it).
Buon Avvento.

© Voce Isontina 2021 - Riproduzione riservata
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