Editoriali
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Non è un paese per vecchi

Forse, davvero, questo non è un paese per vecchi. Continuano a morire soprattutto loro, ogni giorno, soli e lontani da casa.

Loro e non soltanto: se ne vanno anche i giovani, qualcuno di mezza età, ma gli anziani, già affetti da altri disturbi, patologie senili, non reggono all’urto del virus.
Il corpo porta i segni di tanta vita, di esperienze, ricordi raccolti per le strade del mondo, parole a migliaia, silenzi. Ritornano là, ai silenzi: quanti ne hanno attraversati! Alcuni anche belli, bellissimi. La saggezza ti fa dire una frase in meno; ti fa ascoltare; ti fa ammirare compiaciuto tua moglie con la quale sei sposato da cinquant’anni, i tuoi figli che hai dotato di alti stivali per scappare lontano, i tuoi nipoti che iniziano a sgambettare e masticare sorrisi, farfugliamenti, scoperte.
Chi l’avrebbe mai immaginato che la fine del viaggio sarebbe stata avvolta da un sibilo o-paco nelle Terapie intensive? «I numeri evidenziano che i vecchi sono in percentuale maggiore le prime vittime di una pandemia che…»: dicono proprio così gli esperti, dicono «vecchio», senza indugio, né buona creanza, né tatto.
Li fanno decollare in alto, al limite della curva, dentro grafici colorati e poi, in quelle indagini che non hanno nulla di umano, li sparano in cielo, per sempre. I più maleducati hanno scritto che «non servono perché non sono forza lavoro». Loro – la generazione dei miei nonni – che hanno lavorato sul serio, che hanno provato la fame, che non avevano il riscaldamento, che hanno attraversato l’inferno della guerra e il vero coprifuoco. Loro che hanno, piaccia o no, ricostruito l’Italia, quartiere dopo quartiere, borgo dopo borgo. Loro che non hanno mai visto il mare, che si sono spaccati le braccia per noi, per lasciarci “la roba”. Loro che sorridevano, comunque. Strane espressioni, etichette, categorie: la produttività, per esempio. Se muore un vecchio sembra, ormai, che sia una dipartita meno triste: non produceva più. Come se il verbo produrre dovesse avere a che fare solo con il Pil; come se produrre memoria non contribuisse a fare alzare il grado di civiltà di una società che dimentica, che taglia le radici, che è ogni mattina nuova e diluita perché non impara dalla storia. Arriva un’ambulanza, due portantini nelle tute bianche salgono le scale, prelevano il vecchio dal suo appartamento e lo portano a morire.
Lì non tornerà. Ha abbandonato la sua coperta, le sue fotografie, lo sguardo di sua moglie che ancora ama… la stessa del primo appuntamento, il cane, la cucina. Esce dal palazzo e in un istante diventa un’unità da aggiungere al bollettino serale dei decessi. Tutto spazzato via dal rumore del cancello che si chiude alle sue spalle.
Li ho visti con i miei occhi per questo vorrei dire a chi se ne frega dei vecchi che è proprio nell’attimo in cui se ne vanno che da qualche parte accade qualcosa: si sprigiona una scia luminosa che attraversa le nuvole, si sente il legno di una croce che si spezza, si strappa la pagina di un libro, un fiore appassisce, un quadro si stacca dalla parete, la neve rimbomba e un bacio resta sulle labbra.
Quando muore un vecchio, il mondo diventa più povero.
Alla bocciofila qui davanti hanno sistemato dei cannoni che luccicano.
Gli anziani, prima di beccarsi il Covid, si allenano a farsi sparare in cielo, come la donna-cannone, imparando la segreta arte del volo.
Un gesto non privo di un certo ardimento.
Così, quando sarà il momento, non moriranno, ma muoveranno le ali.

© Voce Isontina 2019 - Riproduzione riservata
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