Editoriali
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Ma non siamo un Paese in rotta

"Il solo fatto che si sia discusso della possibilità di una crisi di governo lascia a bocca aperta"

Le notizie positive, a volerle vedere, non mancano mai, anche in una stagione di grande crisi multidimensionale come quella che stiamo vivendo.
L’Italia, per esempio, è stata capace di raggiungere tutti i 45 obiettivi previsti dal Pnrr per il primo semestre dell’anno e questo traguardo vale una nuova tranche di finanziamenti europei per circa 24 miliardi.
Non siamo un Paese in rotta, a dispetto del quadro spesso sconfortante che ci viene restituito dalle cronache politiche quotidiane. Il sistema dei partiti, infatti, continua a funzionare (o a non funzionare) come se non fossimo alla prese con una guerra dalle prospettive incalcolabili, con una crisi energetica che scuote le fondamenta dei rapporti economici mondiali, con un’inflazione che ogni mese segna un nuovo record storico e colpisce soprattutto la popolazione più fragile, con una pandemia che rialza la testa e un’estate eccezionalmente torrida che prosciuga fiumi e campi.
Il solo fatto che si sia discusso della possibilità di una crisi di governo lascia a bocca aperta. Non si tratta di negare la fisiologica dialettica che caratterizza gli esecutivi di coalizione, tanto più di larga coalizione come quello presente. Né di mortificare il ruolo del Parlamento che resta centrale in una democrazia come la nostra. Si vuole piuttosto sottolineare come nel contesto attuale – e a meno di un anno dalle elezioni politiche – non si possa lasciare il Paese senza un esecutivo nella pienezza dei suoi poteri e con un solido ancoraggio parlamentare. Ma anche senza arrivare all’esito devastante della crisi (basterebbe solo pensare alle ripercussioni politiche e finanziarie a livello internazionale), un effetto analogamente pernicioso potrebbe derivare da una continua guerriglia in grado di tagliare le gambe all’azione del governo, fin quasi a paralizzarlo.
Purtroppo è proprio quel che sta accadendo e se finora l’esecutivo è riuscito a divincolarsi, sia pure con crescente fatica, è perché tutto considerato nessuno (forse neanche al di fuori della maggioranza) si vuole accollare oggi la responsabilità di una rottura. Così, di fronte a questo rischio, le situazioni alla fine si sbloccano.
Ma quando si balla sul ciglio del burrone basta un passo falso per caderci dentro.
La tenuta del Paese è sempre frutto di un delicato equilibrio e basta poco per invertire la tendenza alla ripresa e ingranare la retromarcia.
Soverchiato dall’impatto delle notizie sull’andamento dei prezzi, non ha avuto l’attenzione che avrebbe meritato un altro dato fornito dall’Istat in un report reso noro nei giorni scorsi: “Dopo la forte crescita registrata tra febbraio e marzo e la sostanziale stabilità di aprile, a maggio 2022 il numero di occupati scende sotto i 23 milioni, per effetto della diminuzione dei dipendenti permanenti”.
È un calo lieve, il numero degli occupati resta vicino ai valori record dei mesi precedenti, ma è un sintomo da non sottovalutare, anche perché ci ricorda che il conto più salato dell’instabilità politica lo pagano sempre i meno garantiti.

© Voce Isontina 2022 - Riproduzione riservata
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