Editoriali
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La volpe, l’uva e il Natale

Il messaggio del vescovo

Parole chiave: Avvento (90), Natale (81), arcivescovo (64)

Tutti ricordiamo la famosa favola di Esopo che parla della volpe e dell’uva. La volpe vede un grappolo d’uva appeso su un tralcio distante da terra, ne è ingolosita e cerca più volte saltando di raggiungerlo. Non riuscendovi, rinuncia dicendo riferendosi all’uva: “È acerba” e se ne va via. Il grande scrittore greco del VI secolo a. C. aggiunge anche la morale: «Così anche alcuni tra gli uomini, che per incapacità non riescono a superare le difficoltà, accusano le circostanze».

Potremmo dire che la favola indica l’atteggiamento rinunciatario di fronte a qualcosa di difficile da raggiungere: piuttosto di riconoscere la propria attuale incapacità e di trovare dei modi alternativi per realizzare comunque il proprio intento, si dichiara che la cosa oggetto del proprio desiderio non merita il proprio sforzo.

Forse mi sbaglio, ma il modo di porsi della volpe di fronte all’uva che sembra irraggiungibile (probabilmente lo è davvero, ma forse non lo è se si trova un’altra modalità per arrivarci) rappresenta un atteggiamento oggi molto diffuso. Si rinuncia facilmente a impegnarsi a raggiungere qualcosa di buono, di vero, di bello perché ci sono difficoltà, ci sono fatiche da assumere, c’è bisogno di forza, di impegno, di costanza e allora si dichiara che poi quel buono, vero e bello non è poi così importante e in ogni caso occorre accontentarsi perché è irraggiungibile.

Ma oggi c’è un modo di porsi ancora più deleterio che potremmo indicare riprendendo la favola di Esopo e mettendo sulla bocca della volpe non l’affermazione “è acerba”, riferita all’uva, ma: “l’uva non c’è, ho visto male, mi sono sbagliata”. Il buono, il vero, il bello e tutto ciò che da sempre è aspirazione dell’umanità – la pace, la giustizia, l’onestà, la fraternità, ecc. – non è tanto irraggiungibile, ma non esiste, è inutile desiderarlo, si perde solo tempo inseguendo sogni, si va incontro solo a delusioni. Occorre quindi essere realisti, assumere un realismo disincantato – forse cinico -, ma tant’è il mondo è così e lo si vede anche in questi giorni: guerre, ingiustizie, corruzioni, abusi, ecc. Persino la Chiesa non ne è esente. Inutile proporsi qualcosa che non si può raggiungere, meglio dichiararlo inesistente. E accontentarsi di quello che c’è oggi, di un po’ di gioia o di distrazione da trovare in qualcosa (anche solo vedere una partita dei mondiali…), di un po’ di affetto precario (chi oggi si impegna più ad amare per sempre?), di qualche soldo, di un po’ di salute (magari senza mascherina).  

Che cosa c’entra il Natale con la volpe e l’uva? C’entra se solo mettiamo al posto dell’uva la salvezza, quella proposta da Dio. Oggi è stata cancellata: non solo è difficile raggiungerla – la strada stretta del Vangelo è troppo impegnativa… –, ma è meglio dichiarare che non ci interessa. Perché guardare in alto all’uva, al cielo, alle stelle? Meglio guardare in basso e accontentarci di quello che c’è.

Il Natale ci dice che non è così, che c’è una stella, c’è una luce, c’è una pace, c’è una salvezza. Anzi un Salvatore, il Dio con noi che è divenuto uno di noi. La salvezza c’è e non è appesa a un tralcio lontano e irraggiungibile, ma è un piccolo Bambino che nasce a Betlemme. Dante nella Divina Commedia mette in bocca a Ulisse nel canto XXVI dell’inferno una famosa affermazione: «fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza». Potremmo parafrasare questa dichiarazione dicendo che non siamo stati fatti per guardare per terra e per accontentarci di quello che c’è, ma per conseguire salvezza ed essere figli di Dio: è questa la vera “virtute”. Una salvezza che non può essere irraggiungibile, non perché potremmo trovare da qualche parte la forza per conseguirla, ma perché è un dono. A noi spetta solo decidere di accoglierla nella libertà – se pure non abbiamo rinunciato persino a essere liberi… -.

Il Natale ci invita allora ad alzare lo sguardo, a riscoprire la nostra identità e dignità di figli di Dio, a essere convinti che la pace, la giustizia, la fedeltà, l’onestà, … e anzitutto l’amore non sono realtà impossibili o persino inesistenti. Esistono e vengono donate da Dio alla nostra umanità. Certo dentro le contraddizioni e le dure lotte dell’esistenza: non siamo ancora nella pienezza del Regno di Dio, ma il Regno è già all’opera. Occorre saperne vedere i segni dentro e fuori i confini visibili della Chiesa. Segni che sostengono la speranza e anche l’impegno coraggioso e umile a favore della pace, della giustizia, della fraternità e di tutti i valori che rendono “umano” il nostro mondo.

L’uva c’è, non è acerba, non è su un tralcio lontano, ma quel tralcio è sceso fino a noi e ci dà la possibilità di essere noi stessi tralci della vite di Dio («io sono la vite e voi i tralci»: Giovanni 15,5), di partecipare quindi al suo Regno già qui su questa terra in attesa di «nuovi cieli e una terra nuova, nei quali abita la giustizia» (2Pietro 3,13).

Buon Natale, Vesel božič, Bon Nadal.

© Voce Isontina 2023 - Riproduzione riservata
La volpe, l’uva e il Natale
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