Editoriali
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La risposta al terrore

Nelle aule scolastiche, dove si incontrano i bambini e i ragazzi non esenti da tensioni e paure, si può far leva sull’esperienza buona della vita e delle relazioni

Ancora una volta bisogna parlare di tragedie e di violenza.
Lo impone la cronaca, a così poca distanza dai fatti terribili di Bruxelles e dalle morti di così tante persone proprio mentre stavano celebrando la vita. In un aeroporto, dove si incrociano speranze ed entusiasmi tipici di chi parte e di chi arriva, aspirazioni, attese.
In una metropolitana, al mattino, quando ci si muove per andare al lavoro, incontro a una giornata nuova, fatta magari delle stesse cose di tutti i giorni eppure guardata con sentimenti ogni volta differenti.
Gli aeroporti e le stazioni, per certi versi, sono luoghi simbolo dell’umano: segnati dal movimento, dalla fretta, dalla tensione verso qualcos’altro. Dicono il passaggio, raccolgono emozioni… Una bomba, la morte improvvisa e la devastazione in questi luoghi possono sembrare ancora più devastanti, colpiscono non solo le persone in carne e ossa, ma distruggono immediatamente l’essere profondo dell’umanità: speranze, relazioni, futuro.
Vengono questi pensieri all’indomani degli attentati terroristici e si affiancano alla necessità di andare avanti. Perché l’effetto terribile delle bombe e delle stragi non è solo quello che distrugge l’esistenza dei nostri cari, ma ancora di più la paura che ferma tutte le vite, anche le nostre.
La paura che accorcia gli orizzonti, che genera diffidenza e ci fa muovere “con cautela”. Un modo delicato per giustificare recinti stretti, relazioni limitate, aperture col contagocce. Tra l’altro in un mondo che, al contrario, continua a provocare forse come non mai: l’interazione tra i popoli, la globalizzazione delle informazioni, il fenomeno inarrestabile delle migrazioni.
Tutto ci dice di “pensare in grande” e nello stesso tempo i rischi, che deflagrano innescati dalle tragiche vicende di cronaca, riportano al proprio cortile e ai propri recinti, nella ricerca di sicurezza.
Nelle scuole si può combattere tutto questo.
Nelle aule scolastiche, dove si incontrano i bambini e i ragazzi non esenti da tensioni e paure, si può far leva sull’esperienza buona della vita e delle relazioni. Si può far leva sul potere straordinario della conoscenza, per guardare in faccia anche il terrore nelle due diverse sfaccettature. Naturalmente con la gradualità dovuta alle età.
La scuola per certi versi "riproduce" la vita e lo fa in ambiente protetto, con l’assicurazione di guide preparate come sono gli insegnanti, capaci non solo di trasmettere conoscenze, ma anzitutto di avviare percorsi di crescita, promuovere relazioni in modo consapevole, aiutare i più piccoli a diventare piano piano padroni di se stessi e della realtà che li circonda.
Le nostre scuole, inoltre, sono crocevia non solo per gli alunni che le frequentano, ma anche per le loro famiglie. Quindi è inevitabile che affrontino ciò che accade "fuori" e che possano offrire punti di riferimento.
Antidoto efficace al terrorismo e alla barbarie sono la cultura e l’educazione. Nelle aule multiculturali dei nostri paesi e delle nostre città c’è l’occasione di superare anche questa frattura nel fluire della vita che sono gli attentati e le stragi. Promuovendo conoscenza, costruendo comprensione, valorizzando diversità e condivisione. Rilanciando, in questo modo, le fiducie, le speranze, gli entusiasmi, anch’essi tra le vittime dei terroristi.
E allora ha ragione quel commentatore che su un giornale importante ha spiegato: "Io, da cittadino libero, ho risposto al terrore portando mio figlio a scuola".

Fonte: Sir
La risposta al terrore
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