Editoriali
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La fedeltà alla Parola

Dal 18 al 25 gennaio si celebra la Settimana di preghiera per l'unità dei cristiani

Parole chiave: ecumenismo (7)

Quest’anno la settimana di Preghiera per l’Unità dei cristiani è particolarmente carica di significato perché le Chiese ricordano i cinquecento anni della nascita della Riforma.
Il 31 ottobre 1517 Martin Lutero rese pubbliche le sue 95 tesi contro le indulgenze, dando inizio a un movimento mondiale denominato appunto Riforma.
Questo anniversario è un’occasione propizia per rivedere la vicenda  che ha determinato la storia seguente, non solo delle comunità riformate, ma anche della Chiesa cattolica e di quella ortodossa. Questo movimento infatti ha assunto un profilo universale, interessando non unicamente la Germania, ma tutta l’Europa e l’America.  
La storiografia cattolica ha già rivalutato da parecchio tempo la figura di Lutero, anche se i nostri cristiani non ne sono tutti al corrente.
Quella del Cinquecento è una Chiesa i cui capi hanno preparato la grande svolta umanista, tesa alla scoperta, allo studio, alla contemplazione delle lettere, delle arti, ma anche hanno permesso una dilagante corruzione sia nell’esercizio del potere che nell’uso del denaro.
La salvezza delle anime si poteva ottenere pagando una tariffa.
In questo panorama si staglia la personalità di Lutero che invece si dedica allo studio della Bibbia e da essa trae i principi che contestano una certo tipo di Chiesa- istituzione che invece aveva completamente dimenticato il senso della parola di Dio.
La personalità di Lutero viene equiparata a quella della grandi figure, che avevano cercato di riformare la Chiesa sempre appellandosi alla Sacra Scrittura, quali Francesco di Assisi e Ignazio di Loyola, entrambi indagati dall’autorità romana a causa della loro predicazione e delle loro opere troppo aderenti al Vangelo.
Certo l’esito della vicenda di Lutero non è quello degli altri due precedentemente menzionati solo per un motivo: la sua attività religiosa e riformatrice è stata fagocitata dalla politica tedesca per definizione anti-romana che fu la causa principale della sua definitiva rottura con la Chiesa.
La messa in rilievo della soggettività, la tolleranza, la libertà di religione, ma soprattutto il rapporto tra Stato e Chiesa sono i grandi temi della riforma che hanno contribuito in maniera definitiva alla crescita della modernità.
Ma c’è un tema particolarmente importante da un punto di vista ecclesiale che ha avuto una eco solo dopo cinque secoli nella vita della chiesa cattolica e viene inderogabilmente sancito dal Concilio Vaticano II nella Dei Verbum, quando si dice: "L’ufficio di interpretare autenticamente la parola di Dio scritta e trasmessa è affidato al solo magistero vivo della chiesa, la cui autorità è esercitata nel nome di Gesù Cristo. Il quale magistero però non è superiore alla parola di Dio, ma ad essa serve…" (DV 10).
Quest’ultima affermazione è rivoluzionaria, perché mentre in precedenza nella chiesa l’autorità era incarnata dal solo Magistero, adesso invece si afferma che anche quest’ultimo è sottoposto alla parola di Dio. Ciò comporta un irriducibile bisogno di fedeltà alla parola senza la quale la Chiesa non è più tale.    
Lutero un demone? Lutero un santo? Le interpretazioni sulla sua figura e sul suo operato nel corso della storia sono state contrastanti, addirittura diametralmente opposte, soprattutto sono dipese dalla chiesa di appartenenza di chi ne emetteva il giudizio.
Forse egli non è né l’uno né l’altro, è stato solo un precursore, assieme ad altri di un bisogno di riforma che la chiesa per il suo stesso statuto deve incessantemente attuare per essere più fedele a Dio e agli uomini.

(*) Incaricato diocesano per la Pastorale ecumenica

© Voce Isontina 2019 - Riproduzione riservata
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