Editoriali
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La Turchia: il cantiere della Chiesa ecumenica

Testimonianza dal Paese anatolico e sulla sua situazione vista dalla minoranza cristiana

Sono arrivata in Turchia il 25 giugno.
Ho maturato a lungo il desiderio di questo viaggio, affascinata da una terra a cavallo tra due mondi, a metà strada tra due appartenenze culturali che approssimiamo e generalizziamo con i termini medio-oriente e occidente.
Ho deciso di partire nonostante le tribolazioni mondiali che stiamo vivendo, non a cuor leggero certo ma convinta che con queste incertezze e paure dobbiamo imparare a fare i conti e soprattutto affidandomi a Dio che aveva riposto questa fiamma nel mio cuore.
Questo viaggio vuole anche coronare un percorso di studi presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose che per due anni mi ha permesso di approfondire aspetti antropologici, teologici e pedagogici legati al dialogo tra appartenenze culturali e religioni, tra uomini e le loro storie millenarie.
Nominiamo spesso questa terra in quanto teatro della nascita del cristianesimo, delle vicende di san Pietro e san Paolo, dell’evangelista Luca, della storia bizantina.
Oggi la Turchia è un mondo complesso e variegato, frutto di millenari avvenimenti storici, impossibile da definire e descrivere anche dai più esperti politologi o antropologi. Un Paese immenso (circa tre volte l’Italia) con oltre 70 milioni di abitanti che se hanno in comune un fiero sentimento nazionalista e di appartenenza religiosa, non lo vivono in modo monolitico come può apparire dall’esterno ma con moltissime sfumature. E tra tutte queste sfumature non ci dobbiamo dimenticare di quello 0,2% di popolazione di fede cristiana che sono venuta ad incontrare.
Non è di certo questa la sede per raccontare come anche all’interno di questo seme di cristianesimo (non oltre 120.000 persone in tutto il Paese) ci siano altre mille sfumature: cattolici di rito orientale e di rito latino, ortodossi, protestanti e ciascuno con le proprie particolarirà. Non per niente parliamo di cristianesimo e non di Chiesa cattolica, per esempio.
E così troviamo ortodossi che partecipano alla messa cattolica di rito latino, la Chiesa cattolica latina che battezza ortodossi su dispensa perchè in qualche città è l’unica Chiesa presente ma anche giovani cattolici che frequentano la messa ortodossa per stare con gli amici...
E poi matrimoni misti, cammini di catecumenato per adulti che desiderano convertirsi, cattolici che festeggiano la Pasqua secondo il calendario ortodosso e ortodossi che festeggiano il Natale con i cattolici: direi che possiamo definire la Turchia come il cantiere della nuova Chiesa, una chiesa ecumenica.
Una disomogeneità che non deve però far pensare alla divisione, ma ad una ricca varietà nell’unità che dimostra che è possibile (anzi necessario) stare assieme nella diversità per essere testimoni fedeli del messaggio di Cristo.
Anche perchè non bisogna dimenticare che le divisioni, viste dall’esterno, diventano controtestimonianza.
Il termine testimonianza emerge in modo preponderante durante tutto il mio cammino.
Incontro cristiani che hanno solo il loro esempio per essere luce di questo mondo e sale di questa terra: persone che crescono nella fede consapevoli che solo il loro essere credibili permetterà ai non cristiani di imparare ad accogliere e rispettare questa entità religiosa apparentemente estranea alla cultura turca.
Questo cristianesimo di Turchia è una Chiesa di minoranza che nel suo essere “fiammella sul moggio” testimonia in modo vivo e forte il Vangelo, l’amore di un Gesù che salva, un Dio che è questo amore e non un giudice ma soprattutto un Dio che ci chiede di perdonare ed essere misericordiosi.
Da questi semi di cristianesimo riscopro la gioia dell’essere minoranza, la gioia dell’amare e volere una relazione con chi la pensa in modo diverso dal mio e che spesso mi respinge (ama il tuo nemico). Imparo che la mitezza dell’annuncio silenzioso e gratuito ci dona la gioia dell’agire secondo il progetto di Dio; ricordo che al centro della nostra fede ci sono l’eucarestia e la Parola di Dio; rinfranco che il cammino delle comunità è un cammino di corresponsabilità tra tutti i suoi membri: sacerdoti, religiosi ma soprattutto laici; penso a quanto siamo fortunati di essere portatori della gioia immensa che nasce dall’incontro vero con la salvezza.
Quando sei minoranza entra in gioco la necessità di mantenere forte la tua identità ma la soluzione non è chiuderti e difenderti da chi è diverso! Devi invece costantemente interrogarti sul perchè  sei cristiano, in cosa credi, come testimoni la tua fede. Emerge in modo forte come non basti frequentare una parrocchia, conoscere qualche nozione di catechismo: devi vivere per strada, in uscita, come i discepoli.
Un mese in questo immenso Paese basta appena a sporcarsi le scarpe con la sua polvere ma ci sono aspetti di questo popolo che trovo, grazie anche agli occhi di chi invece vive qui da tutta la vita, o che ci è nato, estremamente evangelici: primo tra tutti la speranza, in secondo luogo la normalità della fede e infine la centralità della famiglia.
La Turchia è un popolo fatto di giovani, giovani che crescono in una realtà che insegna loro l’operosità e l’arte dell’arrangiarsi, il dono di saper vivere la povertà non come una male ma come l’opportunità di fare sempre meglio. C’è ardore e desiderio in questi ragazzi, c’è un profondo amore per la famiglia, la tradizione e per le relazioni parentali. La speranza in un futuro che anche se non si realizzerà in loro si realizzerà nei loro figli o nelle generazioni successive.
Se assieme a questi aspetti ci mettiamo vicino il profondo senso dell’ospitalità tipico dell’area mediterranea e un profondo innato senso religioso come non possiamo cogliere questo paese come un meraviglioso luogo dove vivere il cristianesimo?
Certo, non si possono negare le difficoltà, che sono molte: la paura dell’islam nei confronti del proselitismo cristiano (i cristiani devono ancora scontare troppi errori del passato), la diffidenza nei confronti di una religione che insegna la libertà di coscienza, il nodo teologico della Trinità, una società che si sta sempre di più identificando con l’appartenenza alla stessa religione.
Il cammino è lungo e di certo non sarà facile soprattutto in questo periodo storico ma i cristiani possono diventare esempio prezioso per questo paese.
Sono partita sperando che questa esperienza mi avrebbe insegnato qualcosa, tornerò a casa con la consapevolezza che la nostra Chiesa, da questi fratelli nella fede, avrà sempre più da imparare.
"Amo i Turchi" diceva Mons. Roncalli: san Giovanni XXIII, siamo in due.

Ps: Approfitto per ringraziare la mia mamma e il mio papà del sostegno che mi hanno dato, del loro immenso amore e del loro coraggio.

© Voce Isontina 2019 - Riproduzione riservata
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