Editoriali
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L’uomo è debole anche quando ha buone intenzioni

Il rifiuto della guerra, nella visione del papa, non si limita solo al rifiuto dell’uso delle armi (ci sono ’guerre’ che si combattono senza armi militari) ma si estende alla logica della pura forza nell’uso del potere.

Parole chiave: guerra (40)

C’è bisogno di ripudiare la guerra, luogo di morte dove i padri e le madri seppelliscono i figli, dove gli uomini uccidono i loro fratelli senza averli nemmeno visti, dove i potenti decidono e i poveri muoiono". (Angelus di domenica scorsa). Il pensiero e la preghiera di papa Francesco sono costantemente rivolti a porre termine a quella scelta senza ragione (quindi sempre folle) di usare la guerra per raggiungere obiettivi sociali e politici. Il rifiuto della guerra, nella visione del papa, non si limita solo al rifiuto dell’uso delle armi (ci sono ’guerre’ che si combattono senza armi militari) ma si estende alla logica della pura forza nell’uso del potere. Ad esempio si estende al rifiuto di una politica che prediliga la logica della deterrenza o delle sanzioni economiche per ridurre ’a più miti consigli’ l’avversario considerato in questo modo, unicamente, un nemico.
Con la logica violenta non si costruiscono le relazioni fra i popoli e quelle condizioni di giustizia che permettono agli uomini di camminare nella via della pace. La ragione non è mai impositiva ma dia-logica; ed è solo nell’esercizio diplomatico sufficientemente dialogico che si può innescare un reale superamento dei conflitti e delle contese. Ma deve essere un esercizio che tende all’onestà e al riconoscimento delle ragioni delle parti coinvolte in esso.
Dobbiamo così ritenere deterrenza e sanzioni economiche come azioni violente e ingiuste? Non necessariamente, ma potrebbero diventarle. L’uso della forza, se rivolto nei confronti dell’ingiusto aggressore ed è proporzionato, non è (ancora) violenza. In uno stato di diritto è legittima difesa. Nelle relazioni fra nazioni l’uso della forza è regolato dal diritto internazionale (nella complessità della sua costituzione e riconoscimento da parte degli stati). Ma la condanna della violenza è innanzitutto morale prima ancora che legale e giuridica.
Se è giusto difendersi ed aiutare l’indifeso a farlo nella misura in cui rimane tale, ovvero ancora incapace di effettiva resistenza alla violenza che sta subendo (e ricordiamo qui le parole del card. Parolin a proposito di legittima difesa di un popolo), non è giusto pensare che la legittima difesa sia la forma prima e principale nella costruzione della giustizia e della pace. La pace non è assenza di guerra o di violenza ma promozione di giustizia.
In un mondo così lacerato dalle violenze frutto anche di ’operazioni militari’ di uno stato nei confronti di un altro stato (che l’ipocrisia o la menzogna di chi le produce non vuole chiamare con il suo nome, guerra!) una logica preventiva, basata sulla deterrenza, può avere una sua giustificazione ma solo all’interno di un rafforzamento dello stato di diritto internazionale basato su politiche di effettiva promozione del bene comune. Altrimenti il rischio è quello di innescare un processo di ’escalation’ degli armamenti, sapendo quanto sia pericoloso nell’era dell’energia atomica.
Nelle parole dell’Angelus di domenica scorsa, risuona l’appello del papa ad uscire con urgenza e decisione da quel male spirituale che si traduce nel cinismo politico (tutt’altro che machiavellico!) del ’meglio non fidarsi dell’altro’: dell’altro (soggetto personale o collettivo) ci si deve invece fidare, come natura e ragione insegnano, per dare un futuro buono all’umanità.
Ma l’uomo è debole anche quando ha buone intenzioni.
Debole per condizione e, purtroppo, anche per colpa.
Per questo non ci fidiamo sufficientemente gli uni degli altri e non costruiamo politiche di fiducia come dovremmo. L’appello del papa a non considerare la guerra come qualcosa di inevitabile è decisivo per le sorti dell’umanità: ma chi garantisce per noi? Basta la fragilità dello stato di diritto? Chi guarisce in noi la mancanza di fede nell’uomo?
Eppure il Creatore continua ad avere fede in noi consegnando non solo la creazione ma anche il suo Figlio nelle nostre mani perché crede che la nostra debolezza non sarà in grado di sopraffarci.

© Voce Isontina 2021 - Riproduzione riservata
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