Editoriali
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L’individualismo non è un bene

Sono passati trent’anni – era infatti il 1993 – da quel referendum sul sistema elettorale del Senato che avviò in Italia la stagione del maggioritario e con esso un percorso che avrebbe dovuto portare alla costruzione di un bipolarismo politico sano

Parole chiave: individualismo (1)

Sono passati trent’anni – era infatti il 1993 – da quel referendum sul sistema elettorale del Senato che avviò in Italia la stagione del maggioritario e con esso un percorso che avrebbe dovuto portare alla costruzione di un bipolarismo politico sano: una fisiologica alternanza di schieramenti chiaramente e dialetticamente definiti, convergenti su una tavola di valori fondamentali e reciprocamente legittimati.
Oggi invece ci ritroviamo alle prese con un “bipolarismo asimmetrico” (così il titolo di un recente volume curato dai politologi Vassallo e Verzichelli) in cui l’alternanza è di fatto nuovamente bloccata non per un decisivo ostacolo esterno, come all’epoca del Pci, quanto per l’attuale mancanza di una coalizione effettivamente competitiva con quella vincente.
Bipolarismo asimmetrico e anche estremizzato, al punto che persino nel linguaggio giornalistico si sta facendo sempre più spazio l’uso dei termini destra-centro e sinistra-centro, in luogo dei tradizionali centro-destra e centro-sinistra, per indicare schieramenti certamente compositi (sarebbe ingeneroso negare la presenza di personalità e gruppi non assimilabili a questo schema) e tuttavia con un profilo politico spostato sulle posizioni più massimaliste e ideologizzate dell’area di riferimento.
Il fenomeno non riguarda solo il nostro Paese ed è ovviamente troppo complesso per essere indagato nello spazio di una breve nota.
Esso ha certamente legami con processi epocali come la globalizzazione e la rivoluzione digitale.
Ma qui preme sottolineare innanzitutto una delle sue matrici culturali, forse quella davvero prevalente: l’individualismo.
Per un paradosso che è solo apparente, questo elemento si ritrova alla base di entrambi i poli a cui abbiamo sommariamente accennato.
Su un versante esso viene declinato in termini di assolutizzazione dei diritti dei singoli, come se la politica avesse il dovere di riconoscere come tali tutti i desideri per il solo fatto di essere espressi e senza ponderare il loro reale fondamento antropologico e comunitario.
Sull’altro versante, esso si manifesta come enfatizzazione della capacità dei singoli di affermarsi anche a prescindere dalle regole comuni, come se la politica dovesse privilegiare chi ce la fa, o magari è più “furbo” e forte degli altri, e non chi rischia di essere escluso o di rimanere indietro.
Nonostante l’inevitabile semplificazione, dovrebbe risultare chiaro che entrambe le prospettive finiscono per minare alla radice quel legame tra i cittadini come persone – e non meri individui – che nel vocabolario della Costituzione si chiama “solidarietà”.
Questo termine è tornato più volte negli interventi del Presidente della Repubblica in occasione delle celebrazioni del 2 giugno.
Citazioni volute e non di circostanza.
“Ho adoperato, non a caso, la parola solidarietà: un valore iscritto anche tra i primi articoli della nostra Costituzione che, nel riconoscere e garantire i diritti inviolabili della persona, richiama il dovere di solidarietà politica, economica, sociale”, ha spiegato lo stessopresidente Sergio Mattarella in particolare nel discorso rivolto agli ambasciatori.
Il nostro Paese ha bisogno di rinsaldare questo vincolo di solidarietà e non di esaltare ulteriormente una polarizzazione già molto spinta.
Bisognerebbe davvero tenerne conto nel valutare le varie proposte di riforma istituzionale ora che, a trent’anni da quel referendum che generò tante speranze di rinnovamento in tutto il Paese, il tema è tornato  con insistenza e frequenza al centro del dibattito politico.

© Voce Isontina 2023 - Riproduzione riservata
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