Editoriali
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Il razzismo (è) degli altri

Un grande Paese l’America. Ma "Grande" non si è mai dimostrata l’America verso i neri, suoi cittadini almeno di nome, ma forse non del tutto tali, visto che continuano ad essere etichettati afroamericani, come fossero inchiodati alla loro origine.

Parole chiave: protesta (1), Stati Uniti d'America (1), razzismo (4), Georg Floyd (1)

A fine maggio, mentre il contagio del Covid porta a quota centomila il numero dei morti in Usa (dove i neri sono il triplo dei bianchi) l’ennesimo episodio di brutalità della polizia verso i neri fa ri-sanguinare quella che Joe Biden, candidato democratico alle prossime elezioni presidenziali, chiama "la ferita profonda, che viene dal peccato originale del Paese: la schiavitù". È la violenta morte in diretta, videoripresa dal cellulare di un passante, di Georg Floyd, nero americano, ammanettato e buttato a terra da un poliziotto che gli schiaccia un ginocchio sul collo mentre altri colleghi assistono, indifferenti. Da Minneapolis entra in rete e diventa virale l’agonia di Floyd che chiede inutilmente aiuto: "Soffoco, non riesco a respirar !"
Un omicidio che poi risulterà essere solo l’ultimo di una lunga serie, man mano che riemergono ripetuti e analoghi casi, che i parenti delle vittime non avevano segnalato per paura o scoramento.
Ma stavolta all’insegna del Movimento "Le vite dei neri contano" viene denunciata la realtà di esclusione che segna la vita della popolazione nera, dalle piccole umiliazioni quotidiane alla sperequazione di trattamento nel caso di fermo da parte della polizia (l’88% dei fermati sono persone di colore; i neri sono incarcerati cinque volte più dei bianchi), all’accesso all’istruzione (studenti neri sono il 36% degli espulsi da scuola eppure solo il 15% degli studenti americani sono neri) alle disuguaglianze nel sistema giuridico, alla segregazione di fatto in quartieri poveri dei 2/3 dei bambini neri (dati riferiti al periodo 1985/2000), alla massiccia perdita del lavoro causa pandemia che ha picchiato più forte tra la popolazione nera.
Da Minneapolis la protesta con sempre maggiori adesioni ha coinvolto centinaia di città americane, portando bianchi e neri fianco a fianco (mascherina e distanziamento più o meno rispettato) in uno spirito di solidarietà d’altri tempi. Moltissimi i giovani a gridare la loro rabbia, consapevoli delle ingiustizie razziali e delle discriminazioni poliziesche e decisi a cancellare le tracce dello schiavismo abbattendo statue e monumenti dedicati a militari e “civili illustri” noti per interventi repressivi e discriminanti verso i neri ed i latinos.
Dagli Stati Uniti l'indignazione è montata spargendosi per mezzo mondo, dall'Australia – dove l'attenzione si è focalizzata sui nativi aborigeni – all'Europa al grido “Giustizia é pace” “No al razzismo”.
Ma basta manifestare per chiudere la porta al razzismo? Quali sono le dinamiche dell'intolleranza? E il razzismo è “tipicamente” americano?
O forse riguarda anche noi, che ci indigniamo per ciò che è accaduto a Minneapolis ma per ciò che accade a casa nostra...   
Si sente dire spesso: “Io non sono razzista, ma...” Pare proprio che “razzismo” sia un vocabolo disturbante. In effetti, come osserva lo scrittore Roberto Saviano, è “una parola denigrata, rifiutata, ripudiata, calpestata” come se evocasse un fenomeno impensabile, estraneo alla nostra esperienza.
Ad essere razzisti sono sempre gli altri, non noi, conferma Marco Aime su Nigrizia: se i tifosi “duri” delle Curve usano scagliare durante le partite insulti razzisti (e magari oggetti) contro i calciatori stranieri di colore (preferibilmente africani) della squadra avversaria è perché lo considerano un gioco. Offendere e denigrare la dignità altrui è una dimensione sottilmente ambigua di un razzismo che si vorrebbe gioco scanzonato ma che è dileggio.
“È motivo di frustrazione e vergogna per tutti noi” dichiarano a novembre 2019 i 20 Club di serie A nella Lettera aperta a tutti coloro che amano il calcio e “Non possiamo più restare passivi e aspettare che tutto questo svanisca. Non abbiamo più tempo da perdere”.
E noi, da semplici spettatori delle partite alla tv. Allora attendiamo che i Club facciano finire l'insensatezza del gioco crudele che inventa categorie disumane nell'Altro per rinforzare il proprio traballante senso di sicurezza.
Ma altro versante in cui si esprime l'intolleranza è quel linguaggio dell'odio che ha registrato un forte incremento in Italia, come è stato rilevato nel Rapporto 2019 dell'Alto Commissariato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, e rappresenta di per sé forme di discriminazione, mentre persiste da parte delle istituzioni una mancata attenzione e analisi del fenomeno nel suo complesso. Pure l'Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali (Unar), come osservatorio registra dal 2017 al 2018 un incremento di 300 casi discriminatori, per un totale di 3260 atti, pari a 9 al giorno: dai “semplici” insulti ad una ragazza perché porta il velo al pestaggio di un barbone...
Un bombardamento di odio diffuso che fiocca sui social, ma che viene alimentato da una parte dell'informazione professionale: ricordiamo l'accoglienza avvelenata riservata a Silvia Romano tornata con il suo hijab dopo una prigionia di 18 mesi? E il tetto del 40% di bambini stranieri per sezione nella scuola dell'infanzia?
La strada della tolleranza e dell'inclusione parte dalla conoscenza reciproca ed è tutta davanti a noi, incerta e difficile ma possibile.

© Voce Isontina 2019 - Riproduzione riservata
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