Editoriali
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Il paradosso del referendum

Il contrasto è stridente. Da un lato, l’uno-due micidiale dei dati Istat sull’andamento demografico e la produzione industriale. Dall’altro, la conflittualità estrema che tiene in costante subbuglio il sistema politico.

Così, mentre l’Istat dà conto del “più basso livello di ricambio naturale mai espresso dal 1918”, con 435 mila nascite contro 647 mila decessi, e del ritorno in negativo dopo 5 anni della produzione delle nostre industrie (-1,3% nel 2019), la politica appare completamente disconnessa dai problemi reali del Paese. La stessa maggioranza è dilaniata da una guerriglia interna i cui esiti finali sono tutt’altro che prevedibili e che intanto, però, ha un effetto paralizzante sull’attività di governo e finisce per oscurarne anche gli aspetti positivi.
La conflittualità tra i partiti ha raggiunto da tempo livelli parossistici, almeno dalle elezioni politiche del 2018, alimentata soprattutto da quella “campagna elettorale permanente” che ha piegato l’attività politica alla rincorsa quotidiana del consenso in tempo reale e l’ha resa incapace di assumere quelle decisioni progettuali di cui ci sarebbe enorme bisogno. Il paradosso dei paradossi è che stavolta il presupposto della bellicosa effervescenza a cui i cittadini assistono sgomenti è proprio l’impossibilità pratica di andare alle urne fino a settembre. Questa situazione è determinata dal referendum sulla legge costituzionale che taglia drasticamente il numero dei parlamentari, indetto per il prossimo 29 marzo, il cui risultato positivo è dato ampiamente per scontato (se i cittadini decidessero di non tagliarli, questa sì sarebbe una notizia…).
Ora, poiché in seguito alla riforma i deputati scenderanno da 630 a 400 e i senatori elettivi da 315 a 200, per un minimo di decenza istituzionale è inaccettabile chiamare gli italiani ad eleggere ancora un Parlamento di 945 membri subito dopo o subito prima averli convocati per confermare solennemente una legge costituzionale che fissa il nuovo assetto delle Camere.
Effettuato il referendum, ci sono poi tutta una serie di operazioni di compiere e di tempi da rispettare per l’entrata in vigore di tale legge. Dopo di che devono passare almeno due mesi per eleggere il Parlamento con i nuovi numeri: è la stessa legge costituzionale a stabilirlo. In due mesi, peraltro, devono anche essere ridisegnati i collegi elettorali per adattarli al nuovo formato delle Camere. Insomma, fatti tutti i conti, si arriva alla piena estate e più verosimilmente a settembre.
Sarebbe un’ottima occasione per mettere da parte la campagna elettorale permanente e dedicarsi in modo serio ai gravi problemi che abbiamo di fronte (magari cominciando da quelli segnalati dai dati Istat). Invece no.
Il venir meno del deterrente delle elezioni è suonato come una sorta di “tana libera tutti” e ha scatenato le manovre più acrobatiche dentro e fuori il Parlamento.
Ma andare avanti così fino a settembre non è possibile, ne va del bene del Paese.

© Voce Isontina 2019 - Riproduzione riservata
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