Editoriali
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Il lavoro, base della libertà

Anche quest’anno, come ormai da consuetudine, la manifestazione celebrativa della festa del lavoro si terrà il primo maggio a Gradisca d’Isonzo.

Anche quest’anno, come ormai da consuetudine, la manifestazione celebrativa della festa del lavoro si terrà il primo maggio a Gradisca d’Isonzo
Una scelta, questa, attuata dalle organizzazioni sindacali CGIL-CISL-UIL, considerata la posizione centrale occupata dalla cittadina in quella che dobbiamo definire ormai l’ex provincia, essendo tra l’altro, non più proponibile la celebrazione nei luoghi in cui la crisi occupazionale è più significativa visto che il perdurare decennale del problema lavoro coinvolge ormai tutto il territorio isontino.
Forse a causa della crisi o, forse, per le modificate abitudini sociali per cui i rapporti sono sempre più virtuali, la partecipazione alla manifestazione è sempre minore nonostante il lavoro rimanga centrale nella vita di ognuno.
Il lavoro è, infatti, la base della libertà, della democrazia e il fondamento della dignità della persona.
La sua celebrazione il primo maggio non deve ridursi, quindi, ad una stanca ricorrenza, ad un rito che si ripete annualmente per abitudine ma deve essere un’occasione per riconfermarne il valore.
È il momento di implementare un dialogo proficuo, costruttivo, concreto per realizzare finalmente quella svolta che da troppo tempo stiamo aspettando.
La disoccupazione continua e i dati sulla stessa sono sempre più allarmanti, a livello nazionale si parla di milioni di giovani senza lavoro cui dobbiamo aggiungere tutti coloro che non sono più giovani e il lavoro l’hanno perduto.
L’isontino rientra purtroppo a pieno titolo in questa casistica.
I segnali confortanti a livello di nuova occupazione che si intravedono alla Nidec - ex Ansaldo -, alla Mangiarotti (nonostante le grosse difficoltà finanziarie della proprietà), alla Meteor, alla SBE, per citare alcune industrie, non sono sufficienti a dare soluzione al problema.
Mancano nuovi insediamenti che possano effettivamente far intravedere posti di lavoro in più, meglio ancora se di elevato livello professionale.
Purtroppo, nonostante siano continue le richieste di sburocratizzazione degli iter e di uno snellimento maggiore delle procedure, non cambia niente, o cambia molto molto poco.
Un esempio lampante è rappresentato dal porto di Monfalcone.
dalla prima
Gli intoppi burocratici non si contano. Ultimamente, come ampiamente diffuso anche dalla stampa nazionale, si è aggiunta la vicenda del Grillo Zaunerino che segue a ruota quella della Moretta Tabaccata, dello Svasso Cornuto e del Falco di Palude che hanno nidificato sull’area adibita a cassa di colmata, creata per depositare i fanghi dell’escavo del canale di accesso e che dopo vent’anni non ha ancora avuto una destinazione produttiva. Tutto ciò comporta che il porto di Monfalcone, e il suo retroterra, pur con le enormi potenzialità da tutti riconosciutegli, non riesce a fare quel salto che porterebbe un nuovo impulso occupazionale. Alla fine, Monfalcone e il suo territorio continuano a gravitare sul cantiere navale.
Pur riconoscendo la validità del management della Fincantieri che ha portato la cantieristica italiana ad avere un ruolo mondiale e che ha assicurato un carico di lavoro anche  per il futuro, non si può sottacere cosa tutto ciò comporta per la città e per i lavoratori in genere.
Negli anni ’80 l’intera città si era mobilitata per la salvezza del cantiere allora fortemente in crisi, oggi, pur di fronte all’assicurazione di una continuità lavorativa senza precedenti nella storia della cantieristica, la città non si identifica più con lo stabilimento.
Una della ragioni è sicuramente che il cantiere non offre più lavoro alla gente del territorio. Dei sei/sette mila lavoratori attualmente occupati meno di un terzo sono dipendenti diretti. Sempre più l’attività viene affidata a ditte appaltatrici che ricorrono per lo più a manodopera extra comunitaria con condizioni di lavoro non certo ottimali.
Per esempio, il mancato ricorso al servizio mensa (che equivale ad un pranzo dignitoso), l’uscita dallo stabilimento, a fine turno, con gli abiti da lavoro, rappresentano un salto all’indietro nella dignità della persona; in nome del profitto sono state eliminate conquiste degli anni passati dei lavoratori delle ditte private che operavano in seno al cantiere. Senza sottacere, per quanto concerne l’abbigliamento, al possibile problema connesso alla salute dei lavoratori stessi, delle loro famiglie e della comunità intera.
Ci dimentichiamo quante donne sono morte di amianto per aver lavato le tute ai propri congiunti?
Ormai Monfalcone, vuoi anche, e forse soprattutto, per ragioni politiche, è al centro dell’interesse nazionale, vedi, da ultimo, la recente puntata della trasmissione "Fuori Roma" di Concita Di Gregorio dedicata alla città. Fra i vari argomenti trattati (amianto, porto, integrazione, ecc.) ciò che è importante sottolineare è che è stata rimarcata l’impenetrabilità del cantiere che sicuramente va contro il principio della trasparenza che deve caratterizzare il rapporto fabbrica-territorio.
L’auspicio, allora, è quello di una grossa partecipazione alla manifestazione di Gradisca. Ricordiamoci che solo l’unione ha consentito alla classe operaia di avere un ruolo fattivo nel Paese e di ottenere tutti quei diritti che oggi sembrano essere ovvi ma che sono costati anni e anni di lotta e che potrebbero da un giorno all’altro venir meno.

© Voce Isontina 2019 - Riproduzione riservata
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