Editoriali
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I bambini sono tutti uguali

Una riflessione sugli ultimi episodi d'attualità

E se considerassimo i bambini per quello che sono: bambini, senza altre specificazioni? E se smettessimo di guardarli come piccole ombre dei "grandi"? Che senso ha chiedere se i loro genitori o i loro nonni sono nati dove oggi abitiamo noi; guardare al colore della loro pelle, alla lingua che imparano in famiglia, alle tradizioni o alle fedi di cui ancora non conoscono i significati?
Sono bambini e invece noi cominciamo a dividerli, quando non a discriminarli.
Al di là della fede cristiana che chiede di vedere in ogni persona l’immagine di Dio, anche sotto il profilo di una corretta vita nei rapporti sociali questo dividere e discriminare perpetua e aggrava divisioni che portano alla rabbia, al risentimento, alla ribellione e alla violenza di gruppi o tra nazioni.
L’integrazione, che non significa fare gli altri uguali a me, ma creare le condizioni perchè si possa convivere e crescere assieme, è un obiettivo forse difficile, ma certo necessario.
Se non cominciamo dai bambini a rendere concreta l’integrazione è molto probabile che ciò che sentiamo avvenire in grandi città europee, e perchè no anche italiane, avvenga anche a casa nostra: dove si vive in zone "nelle quali neanche la polizia può entrare", come spesso si sente dire, crescono integralismo, ribellione e terrorismo.
Un bambino é una persona in crescita, che ha esigenze di socializzazione alle quali la comunità deve rispondere affinchè quel bambino si sviluppi come una ricchezza e non un peso per la società.
Ogni bambino discriminato è un’opportunità di crescita persa per la nostra società.
Questo vale per tutti i bambini, anche per quelli che hanno i genitori venuti nelle nostre città dalla Campania o dalla Puglia; dalla Croazia o dalla Serbia, dal Bangladesh o dalla Nigeria.
Utopie? Sogni?
Si, se abbracciamo i concetti della ’superiorità della razza’ dimenticando le sofferenze che ci siamo procurati anche per questo motivo nel corso del secolo scorso.
Non sono utopie nel momento in cui decidiamo di volere un mondo diverso, pacifico, giusto che tolga alibi ai violenti.
Per mesi a Monfalcone ha tenuto banco nelle cronache cittadine (e purtroppo anche nazionali) il dibattito sulle esclusioni di bambini "stranieri" dalla frequenza delle scuole materne. Dibattito è parola forse non corrispondente pienamente alla realtà. Inconcludenti contrapposizioni, se non insulti, anche nelle sedi delle Istituzioni pubbliche, non costituiscono infatti esempio di dibattito. E questo perchè abbiamo adottato criteri che non permettono di vedere i bambini semplicemente come bambini, a prescidere dal luogo di nascita loro o dei loro genitori. Bambini ai quali dare una risposta per le loro esigenze di crescita.
Non guardare in faccia la realtà demografica che abbiamo davanti e non prepararsi ad essa potrebbe essere un errore e certamente porta a difficoltà che saranno difficilmente superabili senza seri conflitti.
Sappiamo tutti che non sarà semplice gestire il sistema scolastico ed educativo con una presenza di realtà linguistiche, culturali e religiose diverse, ma bisogna rendersi conto che non c’è alternativa, almeno in un Paese democratico.
Occorre guardare in avanti perchè quella "età dell’oro", se mai lo è stata,  che indichiamo come "ieri" è passata e non torna.
Ce lo dice il presente di una città che nelle principali industrie, e non solo, vede sempre più dipendenti, diretti o indiretti, "foresti".  Hanno famiglia e figli. Cominciano ad emergere le contraddizioni di una società che ha bisogno di loro, ma contemporaneamente non li considera parte di se stessa.

© Voce Isontina 2018 - Riproduzione riservata
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