Editoriali
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Europa al bivio: i giovani la bussola

Il referendum del 23 giugno ha sancito, seppur di misura, la volontà dei britannici di lasciare l'Ue. Mentre prendono avvio i negoziati per "sganciare" l'isola dal resto del continente, si misurano le prime ricadute. Colpisce in particolare la diversa opinione tra i giovani inglesi, orientati per il "remain", e le persone di età avanzata, che in maggioranza hanno voltato le spalle alla "casa comune". Una scelta, questa, che guarda al futuro?

Europa cosa? Europa dove? Europa perché? Devono essere le domande che risuonano in queste ore nella mente di molti cittadini britannici, sia quelli che hanno votato – vittoriosi – per il Brexit, sia quelli – sconfitti – che tifavano per il “remain”.
Di Europa (intesa soprattutto come Unione europea: storia, istituzioni, trattati, poteri, normative, progetti, azioni, bilancio…) in effetti si conosce ben poco; ogni rilevazione demoscopica effettuata nei Paesi aderenti mette in luce una modestissima conoscenza di tale, complesso processo politico ed economico. La “casa comune”, in questa fase così poco amata dagli europei, è una illustre sconosciuta tra i cittadini comunitari. Anche se, in una qualunque chiacchierata tra amici o nei più svariati consessi, i “professori d’Europa” si moltiplicano: discettano, giudicano, tirano le conclusioni…
Il populismo passa anche dalla strada della mancata conoscenza e del giudizio affrettato. Ne abbiamo avuto riprova durante la campagna elettorale per il referendum britannico del 23 giugno.
Una conferma, indiretta, concreta ancorché non scientifica, viene da Google, che ha registrato un record di ricerche on line nelle ore immediatamente seguenti i risultati del referendum. I cittadini di Londra come quelli di Manchester, assieme a gallesi, scozzesi o irlandesi del Nord, hanno cercato sul motore di ricerca più noto al mondo le risposte ai seguenti interrogativi: cos’è l’Unione europea? Quali Paesi fanno parte dell’Ue? Cosa comporta lasciare l’Ue?
Informarsi è sempre importante, apre a prospettive di conoscenza, di crescita. Ma in caso di una chiamata alle urne l’informazione dovrebbe avvenire prima del voto, non dopo, a risultati acquisiti. L’impressione che se ne deduce è che i britannici, o almeno buona parte di essi, non ha espresso il proprio sì o il no all’Europa con piena coscienza del valore della posta in gioco, cioè sapendo realmente ciò per cui si stava votando con le relative conseguenze.
Tanto è vero che la prova del nove giunge in queste stesse ore: la petizione al Parlamento inglese perché si possa ripetere il voto raccoglie milioni di firme.
Ma la politica non è un gioco, né può essere una prova di superficialità.
L’esercizio del voto è, da sempre, una conquista (spesso nella Storia costata cara) che prevede un diritto democratico cui corrisponde un “dovere di cittadinanza responsabile”. Occorre essere educati, ed educarsi, alla democrazia. Non solo. Il senso di responsabilità che si esprime attraverso il voto deve saper guardare all’oggi (quali gli interessi in gioco? Quali le conseguenze delle scelte individuali e collettive?) così pure deve considerare le ricadute sul futuro. Dalle analisi del voto britannico è emerso chiaramente come i giovani abbiano votato per restare nell’Ue, mentre le generazioni più anziane abbiano optato per il Brexit. Ebbene, gli elettori over60 hanno pensato ai loro figli e ai loro nipoti al momento di riportare il Regno Unito all’isolazionismo?
Si sono domandati se da qui al 2030 o al 2050 le risposte alle attese degli inglesi giungeranno dalla chiusura nelle proprie frontiere? Se il mondo procederà nel senso di una maggiore interrelazione e interdipendenza, non sarai semmai necessario costruire un’Europa solida e aperta, “unita nella diversità”, e in grado di essere una protagonista sulla scena mondiale?
Le retoriche giovanilistiche passano per infiniti rivoli: ci si riempie la bocca del “far spazio ai giovani”: ma per aiutarli ad avere una formazione scolastica adeguata, a trovare lavoro, a costruirsi una famiglia, essi andrebbero messi al centro delle grandi decisioni assunte a livello nazionale e internazionale. Forse sarà bene, alla prossima tornata elettorale, in qualunque Stato si svolga, chiedere lumi sul voto ai propri figli!
Infine. L’Europa è in ebollizione per il dopo-Brexit e l’instabilità dei mercati tiene tutti con il fiato sospeso. Il premier David Cameron ha annunciato le proprie dimissioni; lo stesso ha fatto il commissario Ue ai Servizi finanziari, Jonathan Hill. È feroce la resa dei conti nei partiti tradizionali del Regno Unito, mentre il vincitore, l’indipendentista Ukip, non sembra per ora in grado di portare a frutto la vittoria e il suo leader, Nigel Farage, sta cadendo in una imbarazzante serie di contraddizioni (è lecito fra l’altro chiedersi: lascerà, coerentemente, il suo scranno e il suo stipendio al Parlamento europeo?). E già si preannuncia il referendum scozzese per il distacco da Londra… A Bruxelles e nelle altre capitali non si contano gli incontri informali, le mediazioni diplomatiche, le riunioni ufficiali (Consiglio europeo, Europarlamento).
Tra accelerazioni e ponderatezza si lavora allo sganciamento del Regno Unito e a una strategia per salvare l’Ue a 27.
“Non permetteremo a nessuno di rubarci l’Europa”, ha sintetizzato il ministro degli Esteri tedesco, Frank-Walter Steinmeier. L’importante è che adesso sia l’Europa comunitaria sia le autorità inglesi guardino, con responsabilità, al futuro, tenendo dinanzi agli occhi i giovani volti di oggi che saranno l’Europa di domani.

Fonte: Sir
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