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Carità culturale

La scorsa settimana, in un editoriale "indirizzato" a Vito Crimi, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all’editoria, Mario Calabresi rilevava come i finanziamenti pubblici siano previsti solo per alcune realtà editoriali fra cui le "testate parrocchiali" e non per quotidiani come quello da lui diretto.
La risposta di Crimi - ospitata sulle stesse pagine del quotidiano romano - evidenziava come, in verità, dal 2001 ad oggi siano stati stanziati finanziamenti indiretti all’editoria (percepiti anche da "Repubblica") per oltre tre miliardi di euro.

Carità culturale

A chi si è perso l’interessante botta e risposta rimandiamo ai link che trovate alla fine di questo articolo: a noi interessa in verità un altro aspetto della questione.
Parlando di "testate parrocchiali", Calabresi si riferisce probabilmente (dimostrando una ridotta conoscenza dell’argomento o per lo meno un certo superficialismo) ai settimanali diocesani: una realtà che trova nella Fisc (Federazione italiana dei settimanali cattolici) il proprio riferimento con circa 190 testate associate fra quotidiani, settimanali, mensili, edizioni on line, agenzie di stampa e che viene diffusa in più di 800 mila copie settimanali prodotte da oltre 600 dipendenti contrattualizzati (giornalisti, grafici, amministrativi) con un indotto economico non secondario considerato il coinvolgimento di tipografie, distributori, corrieri…
Una realtà che, soprattutto nell’ultimo anno, ha compiuto uno sforzo enorme  per rientrare nei parametri previsti per il finanziamento dalla nuova Legge sull’editoria, attraverso l’adeguamento societario, la regolarizzazione occupazionale e gli investimenti tecnici, specie in ambito digitale: i nostri giornalisti sono professionisti non certo di serie "B" rispetto i colleghi operanti in altre testate ed i nostri lettori meritano lo stesso rispetto e la stessa attenzione dei lettori di quotidiani o periodici di diffusione nazionale.
Quella delle testate cattoliche è una realtà diffusa in tutto il Paese che sa bene come per informare correttamente ci sia bisogno di conoscere ma per conoscere siano necessarie vicinanze e prossimità, fedeli - anche in questo - alla sollecitazione del Maestro che a chi gli domandava "Dove abiti?" non diede risposte preclusive ma rispose "Venite e vedete".
Ed allora le testate cattoliche divengono  il mezzo attraverso cui le comunità cristiane - secondo il mandato dei Padri del Concilio Vaticano II - possono "andare a vedere" facendo sì che "le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono" divengano "le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo".
"Lavorare nel settimanale diocesano - ha ricordato papa Francesco lo scorso dicembre ricevendo in Vaticano i direttori della Fisc con i loro familiari e collaboratori - significa "sentire" in modo particolare con la Chiesa locale, vivere la prossimità alla gente della città e dei paesi, e soprattutto leggere gli avvenimenti alla luce del Vangelo e del magistero della Chiesa. Questi elementi sono la "bussola" del suo modo peculiare di fare giornalismo, di raccontare notizie ed esporre opinioni".
Un compito impegnativo realizzato grazie al legame particolare e privilegiato che abbiamo con il territorio: di nessuno dei periodici aderenti alla Fisc - è stato ricordato - si può dire che è come Melchisedek "senza padre, senza madre, senza genealogia".
Ma questo legame non avrebbe senso se non ricordassimo che il territorio è luogo non tanto geografico quanto teologico: rappresenta non solo ciò di cui ci occupiamo ma piuttosto coloro a cui ci rivolgiamo, gli uomini e le donne che lo abitano - la generazione passata, quella presente e quella futura - e di cui il Risorto si fa compagno di strada.
A chi domanda ragione dell’esistenza delle nostre testate, suggeriamo di osservare - ma è solo un esempio fra i tanti possibili - come sulle nostre pagine sia stato affrontato in questi mesi il tema dell’immigrazione.
In un momento storico in cui appaiono prevalere gli slogan che alimentano paura, diffidenza e pregiudizio, la scelta comune e controcorrente è stata quella di raccontare un fenomeno presente nella quotidianità del nostro Paese (ma non solo) esaminandone tutti gli aspetti, cercando di comprenderne le cause prima che gli effetti.
Senza illusioni ma con un sano realismo giornalistico capace di andare oltre i luoghi comuni o il buonismo ad ogni costo.
E così le testimonianze dei missionari o dei volontari laici operanti nei luoghi più dimenticati del mondo, aiutano a comprendere la realtà da cui milioni di disperati quotidianamente fuggono per cercare di dare un senso nella propria vita ai termini "oggi" e "domani". Accanto a queste voci, la scelta di dare spazio ai racconti delle mille odissee vissute da chi ce l’ha fatta a giungere nel nostro Paese (e qui, magari, ha saputo scrivere una nuova pagina nel libro della sua vita) ma anche alla realtà di una rete di solidarietà dal cuore enorme che interessa parrocchie, diocesi, movimenti ecclesiali: una rete che sa bene che il prossimo rimane prossimo per ogni credente, qualunque sia la sua lingua, il colore della sua pelle, la sua religione.
Racconti importanti perché ci aiutano a superare lo schema della categoria (gli immigrati, i clandestini…) ed a dare ad ogni volto un nome ricordando che dietro ogni storia c’è prima di tutto una persona umana, con la sua dignità ed il suo diritto alla vita.
Ricordava l’arcivescovo Carlo durante la celebrazione del Perdòn a Barbana che "non ci possono essere differenze, non ci possono essere uomini o donne di serie B o di serie Z di fronte al diritto alla vita. Ha diritto di vivere il bambino non ancora nato, come il vecchio con gravi malattie neurologiche o chi vive in un cosiddetto stato vegetativo; ha diritto di vivere la persona sana e la persona disabile; ha diritto di vivere il ricco, come il povero; ha diritto di vivere chi è nato in Europa come chi è nato in un paese povero dell’Africa o di altre parti del mondo; ha diritto di vivere il cittadino come lo straniero; ha diritto di vivere chi sta a casa sua come chi scappa da situazioni di guerra e di fame; ha diritto di vivere l’onesto come il delinquente; ha diritto di vivere l’amico come il nemico".
Testimoniare e credere in tutto questo ci aiuta a superare "la globalizzazione dell’indifferenza" ed a fare sgorgare dai nostri occhi quelle lacrime assenti sul volto di chi "con il cuore corrotto ha perso la capacità di piangere" (come papa Francesco ricordò durante la messa al sacrario di Redipuglia nel settembre di quattro anni fa).
Il finanziamento pubblico ai nostri settimanali permette alle nostre comunità di essere protagoniste di una "carità culturale" (non meno importante di quella materiale) di cui il nostro Paese ha assolutamente bisogno e senza la quale tutti noi saremo più poveri.
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Per il botta e risposta fra Crimi e Calabresi si veda:
https://rep.repubblica.it/pwa/editoriale/2018/07/04/news/gentile_crimi_le_sta_a_cuore_la_liberta_di_stampa_-200896409/
https://www.facebook.com/vitoclaudiocrimi/posts/1778983238848675

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