Editoriali
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Abbiamo perso. Tutti

Dopo il trasferimento al Cara di Gradisca dei rifugiati e richiedenti asilo che avevano vissuto fino alla scorsa settimana nei parchi di Gorizia o nelle improvvisate tendopoli in riva all’Isonzo, uno dei protagonisti di quelle giornate ha pubblicato su un social network una frase: "la partita fra i volontari ed il Comune di Gorizia è terminata in pareggio".

Espressione che ben testimonia lo spirito con cui l’intera vicenda è stata vissuta da troppi e che non può non provocare un forte disagio soprattutto ove ci si renda conto che ad essere presa a calci in questa "partita" non è stata una palla di gomma o di stracci ma la vita di esseri umani.
Se però accettiamo questo paragone fuorviante - anche se per solo un istante infinitesimale - allora dobbiamo renderci conto che l’ipotetica "partita" non è finita con un pareggio. Ma con una sonora sconfitta. Per tanti fra coloro che, coscientemente o meno, vi hanno preso parte.
Ha perso la politica. Incapace, ancora una volta, di testimoniare concretamente il proprio essere "la più alta forma di carità"; una politica troppo ancorata ai meri interessi di tornaconto elettorale, dimentica che il "bene comune" è qualcosa che va costruito profeticamente e non può ridursi alla semplice somma degli interessi dei singoli.
Ha perso la città di Gorizia. Facile preda di irrazionali timori ed ataviche paure inculcati ad arte da chi in questi decenni ha trovato sempre un nuovo "altro" da indicare come pericoloso per una presunta identità cittadina: un’identità dell’ieri o dell’altro ieri mantenuta in vita ormai forse solo dalla nostalgia e la cui espressione oggi più evidente sono serrande chiuse e cartelli "vendesi". Il vero "spirito di Gorizia" - quel Geist con Görz  che ha fatto conoscere la città in tutta Europa - è tutt’altra cosa!
Hanno perso l’Isontino e la regione Friuli Venezia Giulia. Incapaci di dare concretezza al concetto di "accoglienza diffusa". Teoria su cui gli amministratori locali di destra sono contrari per principio e quelli di sinistra concordi solo sino a quando ad esser direttamente chiamato in causa è il loro territorio.
Ha perso il mondo dell’informazione, locale e nazionale. Giornali e televisioni sono stati impegnati in questi mesi in un percorso quotidiano della ricerca del sensazionale a tutti i costi pur di vendere qualche copia in più o di aumentare di pochi punti lo share.
E così da una parte si è costruita ed alimentata l’immagine di un territorio ostaggio di centinaia di migranti (ed ormai destinato all’invasione da parte di migliaia di disperati) e dall’altra si sono dipinti i goriziani come razzisti e xenofobi. "Il giornalismo - diceva Tiziano Terzani - non è un semplice mestiere, non un modo di guadagnarsi da vivere ma qualcosa di più che ha una grande dignità ed una grande bellezza perché è consacrato alla ricerca della verità. Ecco il suo valore morale, avvertibile nel modo di raccontare e presentare i fatti".
Ha perso il mondo ecclesiale. Encomiabile nel gestire l’emergenza provocata dall’assenza colpevole delle istituzioni ma ancora refrattario a farsi protagonista di una vera "cultura dell’accoglienza" che non sia prigionieri dei distinguo. Una cultura che sappia vedere nei migranti non potenziali nemici (qualunque sia la lingua  parlata o la religione professata) ma, come ci ricorda papa Francesco, "fratelli e sorelle che cercano una vita migliore lontano da povertà, dalla fame, dallo sfruttamento e dall’ingiusta distribuzione delle risorse del pianeta che equamente dovrebbero essere distribuite fra tutti".
Hanno perso tutti coloro che nell’intera vicenda hanno visto solamente un’occasione per ritagliarsi il proprio spazio di notorietà sotto i riflettori o per aumentare il proprio tornaconto, economico o elettorale.
Fortunatamente però - a ben vedere - questa non-partita non si è conclusa una settimana fa.
Allora è terminato solo il primo tempo. Ora si tratta di ripartire da quanto di positivo, comunque, in questi mesi è stato testimoniato e seminato da tanti: è il momento di "fare squadra", di scendere nuovamente in campo, impegnandosi a segnare il goal decisivo nella rete di quella "globalizzazione dell’indifferenza" a cui ormai nemmeno la nostra realtà può dirsi estranea.
C’è ancora tempo per farlo.
Non perdiamo anche questa occasione.

Abbiamo perso. Tutti
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