Gorizia
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Rimanere presenti e prepararsi al dopo

Lo spettacolo "Courage // Ritornare a casa" ha concluso venerdì scorso nella Casa circondariale di via Barzellini il "Festival di teatro e Arte del carcere" intitolato "Se io fossi Caino"

Parole chiave: carcere (23), teatro (85), arte (17)
Rimanere presenti e prepararsi  al dopo

Ultimo atto di "Se io fossi Caino // Festival di Teatro e Arte del carcere di Gorizia". Con lo spettacolo "Courage // Ritornare a casa", andato in scena venerdì scorso nel cortile della Casa Circondariale di Via Barzellini, si è conclusa questa importante manifestazione, dal profondo valore civico e sociale, di alta qualità artistica, unica in Regione, realizzata dall’Associazione culturale Fierascena, compagnia teatrale professionale per il Teatro sociale. "Courage" racconta il coraggio che serve per rimanere presenti e prepararsi per il dopo, per guardare fuori partendo da dentro, per accettare chi siamo e per decidere chi saremo.
Dopo il convegno "Uguale per tutti", svoltosi all’interno del carcere, dopo lo spettacolo "Amunì", portato in scena dai detenuti del carcere di Saluzzo sul palco del teatro Verdi, a calcare le scene sono ora i detenuti-attori del carcere di Gorizia. Lo spettacolo, aperto al pubblico, giunge a conclusione del progetto proposto da Fierascena "Il Teatro delle ceneri", che si proponeva la realizzazione di un laboratorio teatrale con i detenuti, della durata di tre mesi, con concreti obbiettivi riabilitativi, precisati all’incontro con i partecipanti, e configurato come uno spazio non solo di svago ma anche di lavoro su di sé, all’interno del quale veniva richiesto uno sforzo di presenza, di partecipazione, di riflessione.
Per chi varca per la prima volta il cancello del carcere le emozioni si mettono in moto nell’animo già dal momento dell’entrata: la consegna del documento di identità, la deposizione delle borsette in una stanza, l’ingresso nel cortile delimitato da alte mura segnate da quattro lunghe teorie di finestre con grate e rete, l’arrivo tra il pubblico dei colleghi degli attori... Poi, senza accorgersene, quasi in modo naturale, una ripresa di normalità: l’incontro con amici venuti anche loro ad assistere allo spettacolo, scambi di saluti, qualche chiacchiera, il sorriso accogliente di don Paolo, cappellano del carcere, l’arrivo delle autorità invitate - il Vescovo, la senatrice Fasiolo, il Vicario episcopale, il parroco del Duomo - e... finalmente l’inizio dello spettacolo, anticipato dalla presentazione della regista Elisa Menon e dal saluto del dott. Alberto Quagliotto, direttore del carcere, che sottolineano l’importanza e la novità dell’evento e ringraziano tutti coloro che hanno contribuito alla sua realizzazione e il numeroso pubblico presente.
E parte, sulle orme di Ulisse, il susseguirsi di quadri teatrali: l’abbattimento delle mura di Troia, non con la forza, ma con l’astuzia; il viaggio di ritorno, lungo e ostacolato dal richiamo delle Sirene, dalle avversità del mare; la ricerca della libertà, ancora una volta grazie all’astuzia, dall’antro di Polifemo. E finalmente l’approdo all’Isola lasciata tanti anni prima, l’incontro con l’amata Penelope... E tra queste scene epiche alcuni richiami alla vita quotidiana, alla routine, introdotti dalla lettura cadenzata, da parte dell’attrice Stefania Onofrei, di un lungo e monotono elenco di parole che segnano e scandiscono le lunghe ore delle interminabili giornate vissute in carcere...
Susseguirsi di scene, di immagini e di emozioni, tante emozioni.
Viene sollecitato continuamente il cuore, ma anche la mente è stimolata a riflettere. L’estensione in larghezza del "palcoscenico" costringe il pubblico ad allargare lo sguardo, a volgere il capo da un lato all’altro per cogliere la complessità della scena, che, come avviene nella realtà, un unico colpo d’occhio non riesce a catturare e comprendere.
Bravissimi gli attori, che danno l’impressione di essere padroni della scena.
Tecnicamente molto ben costruiti i vari quadri, coinvolgenti, ricchi di metafore aperte alle suggestioni individuali. Attentissimo il pubblico, che sottolinea con applausi la bellezza di alcune scene e con un battimani calorosissimo e lunghissimo la conclusione e il momento della passerella finale, in cui ancora una volta gli attori dimostrano disciplina e "professionalità".
A conclusione dello spettacolo le emozioni dell’ingresso hanno lasciato il posto a un’altra serie di sentimenti: si ha quasi la sensazione di essere in un luogo frequentato normalmente, tra i soliti amici, a scambiarsi impressioni, a congratularsi con gli attori, a stringere mani.
Solo l’intervento del Direttore, con il gentile invito ad avviarsi all’uscita, riporta alla realtà: siamo in un carcere, ma siamo coscienti di uscire carichi di un’esperienza molto forte, ricchi di tante emozioni e stimoli che richiederanno del tempo per essere metabolizzati. Senza dubbio nel pomeriggio di venerdì, e più in generale con questo Festival, si è realizzato quanto preannunciato e auspicato da Elisa Menon in una nota postata su Fb nella mattinata: "Oggi a Gorizia succede qualcosa di nuovo e di importante. Oggi nel carcere di Gorizia entra la Comunità, oggi i detenuti del carcere di Gorizia incontrano la Comunità e lo fanno attraverso uno spettacolo teatrale. Oggi succede che attraverso il Teatro ci avviciniamo e concretamente insieme riflettiamo, siamo presenti ai temi importanti e cerchiamo di fare un passo nella direzione del vedere. Oggi il muro che ci divide è il punto in cui ci tocchiamo, e attraverso quel tocco ci prendiamo cura di quello che ci rende umani."
Grande la soddisfazione degli attori per aver portato a termine un lavoro impegnativo. A loro infatti era stato chiesto, all’inizio del laboratorio, a cui avevano aderito volontariamente, di "impegnarsi in un lavoro su di sé, di andare a vedere i loro punti di forza, ma anche i loro punti di debolezza; di lavorare anche sulle loro ferite per agevolare una trasformazione e per allenare quella parte produttiva migliore capace di creare valore per la società".
E questo valore è stato condensato nello spettacolo teatrale condiviso con la comunità, in un processo di "osmosi" - per utilizzare un concetto attorno al quale è ruotata l’esperienza già realizzata lo scorso anno con il laboratorio in carcere e sfociata nel documentario "Dentro" - tra dentro e fuori, tra noi che li abbiamo ascoltati e  loro che ci hanno lanciato un messaggio, tra i nostri applausi, la nostra commozione e il loro desiderio di essere guardati. "Anche chi si sottrae vuole essere guardato, e chi è sottratto alla vista da dietro un muro lo vuole. Essere Visto, vedere."

© Voce Isontina 2019 - Riproduzione riservata
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