Gorizia
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Il ricordo dei nostri defunti: comunione nella speranza

Domenica 1 novembre si è ripetuta nel cimitero centrale di Gorizia la celebrazione in commemorazione di tutti i fedeli defunti. Il rito è stato presieduto dall’arcivescovo Carlo alla presenza dei sacerdoti in servizio pastorale in città e di molti fedeli. Pubblichiamo i passi centrali dell’omelia di mons. Redaelli.

Parole chiave: defunto (13), commemorazione (62), ricordo (56)

È importante il nostro gesto di trovarci qui oggi in cimitero. Il cimitero, infatti, è il luogo che, come ho ricordato anche in un recente articolo, esprime tre importanti valori. Anzitutto evidenzia il rispetto per i nostri morti, per i loro resti mortali, per la loro dignità; ci dà poi modo di esprimere la nostra fede in una vita che continua; indica infine la non separazione tra la comunità dei vivi e quella dei defunti, quanto piuttosto una reale comunione nel ricordo e nella preghiera reciproca. Perché, certo, noi preghiamo per i nostri cari, ma sappiamo che loro pregano per noi, continuano nel Signore a volerci bene e tutti attendiamo il giorno della comunione piena con loro e con il Signore nel Regno di Dio.
Per questo occorre continuare la pia pratica, anzi la vera e propria "opera di misericordia", di seppellire i morti, evitando forme che rischiano di compromettere la fede nella risurrezione e di sottrarre i resti mortali dei nostri cari al ricordo e alla preghiera della comunità, come la conservazione delle ceneri in casa o, peggio, la dispersione di esse. Il cimitero deve restare il luogo dove aver la possibilità di portare un fiore, di recitare una preghiera sulla tomba dei propri cari, ma anche delle persone conosciute, parte della comunità.
Il ricordo cristiano dei morti è fondamentale non solo per loro, ma per noi. In particolare per confermare la nostra fede e la nostra speranza nel Dio della vita. Certo, la nostra vita è poca cosa, è fragile, la vita terrena è destinata a finire. A ragione sia la prima lettura che il salmo ci hanno detto, rispettivamente il profeta Isaia, che "ogni uomo è come l’erba … è come fiore del campo. Secca l’erba e il fiore appassisce…" (Isaia 40) e il salmo 103: "L’uomo come l’erba sono i suoi giorni! Come un fiore di campo, così egli fiorisce. Se un vento lo investe, non è più, né più lo riconosce la sua dimora".
Il salmo continua però affermando: "Ma l’amore del Signore è da sempre, per sempre su quelli che lo temono". E il profeta ci ha parlato di Dio che è per noi come un pastore, che ha compassione e tenerezza per chi è piccolo, povero e fragile: "Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il braccio lo raduna; porta gli agnellini sul petto e conduce dolcemente le pecore madri".
Il segno più grande dell’amore e della misericordia di Dio è la croce di Gesù. Proprio sulla croce di Gesù viene compiuto il miracolo della prima beatificazione, viene proclamato il primo beato del cielo: il ladrone che, appeso alla croce si affida a Gesù, riceve da Lui la certezza di essere con  Lui in paradiso. Il ladrone  è il primo santo. Lui si è fidato di Gesù e si è affidato a Lui.
Anche noi, allora, possiamo fidarci e affidarci a Gesù. Chiedergli di rinnovare oggi la nostra fede nella vita che vince la morte, nell’amore che sconfigge l’odio, nella misericordia che vince il peccato.
Chiedergli che il ricordo dei nostri cari defunti, pur spesso velato di nostalgia e di senso di vuoto, sia un ricordo, anzi una comunione con loro nella speranza.
Chiedergli, infine, che la nostra vita sia vissuta con la gioia e la forza di chi sa di essere figlio di Dio - come ci ha ricordato la seconda lettura della Messa di oggi - e che sa che ciò che tutti ci attende è la contemplazione della bellezza del volto di Dio, è la pienezza dell’essere simile a Lui in comunione con Lui e tra di noi per sempre.

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