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Vajont: i ricordi di chi visse il dopo di quella tragedia

L’allora Vigile del fuoco Adriano Bon  fu fra i primi soccorritori ad intervenire nella zona del disastro

Parole chiave: Adriano Bon (2), Vajont (2)
Vajont: i ricordi di chi visse il dopo di quella tragedia

Sono passati 55 anni dalla tragedia del Vajont del 9 ottobre 1963 e si assottiglia sempre di più il numero dei vigili del fuoco della nostra provincia, chiamati ad operare in quella zona dopo quell’onda che spazzò via ogni cosa provocando 1920 morti.
Uno di questi è il cav. Adriano Bon, classe 1942, pompiere in pensione, nato e residente a Romans, che fece parte della schiera dei soccorritori e che assieme ad altri colleghi goriziani fu tra i primi a raggiungere la zona del disastro per portare aiuto a quella povera gente.
Una tragedia che ha segnato profondamente la vita del popolare Adriano e che lui racconta spesso con rinnovata commozione pensando a quel quadro di morte che gli si parò davanti e che gli è rimasto per sempre impresso davanti agli occhi.
"Erano passate di poco le 23 del 9 ottobre 1963 - ricorda l’ex vigile del fuoco romanese - quando al Comando dei vigili del fuoco di Gorizia giunse la notizia che era caduta la diga del Vajont". Vennero organizzate due squadre pronte a partire e il capogruppo disse a Bon di salire anche lui sul camion. Alle 3 e 40 del 10 ottobre, 9 pompieri comandati dal brigadiere Foni lasciarono Gorizia per puntare sulla zona del disastro.
Bon era il più giovane del gruppo. "Ci fermammo per chiedere notizie - aggiunge Bon - e la gente diceva che era caduta la diga grande, un disastro, correte, correte, andate avanti, fate presto, soccorrete, date una mano a quella povera gente". Poco dopo, avvicinandosi alla zona del disastro, ai pompieri goriziani cominciò ad apparire una realtà catastrofica. "Ai miei occhi - continua Bon - si presentava uno scenario lunare, da vero cataclisma, tutto devastato, distrutto e raso al suolo in un immane pantano, quasi levigatore. La valle era immersa in un silenzio ovattato, lunare, rotto qua e là da pianti, richieste di aiuto.
Iniziammo l’opera di ricerca delle salme, poi fui destinato al trasporto e alla sistemazione delle salme nella chiesetta a monte di Longarone. Più tardi fummo trasferiti in un albergo a Pieve di Cadore. Ci fecero riposare un po’, poi partimmo per Erto per il recupero di altri corpi. Operammo in quella zona, tra Longarone ed Erto fino al 13 ottobre - conclude Bon - poi ricevemmo l’ordine di rientrare a Gorizia.

© Voce Isontina 2019 - Riproduzione riservata
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