Cormons - Gradisca d'Isonzo
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"Quella chiesa senza Gesù mi sembrò un deserto!"

Cent'anni fa il ritorno dall’esilio nella sua Capriva di don Viola

Parole chiave: don Giuseppe Viola (1)
"Quella chiesa senza Gesù mi sembrò un deserto!"

La commemorazione dei 100 anni dal rientro a Capriva di don Giuseppe Viola, 19 marzo 1919 - 19 marzo 2019, ci offre l’occasione di rivisitare una pagina di storia solo negli ultimi anni portata alla luce del sole, quella dei preti internati, esiliati.
Certo, già l’opera di Camillo Medeot, che nel 1968 pubblicò la sua prima opera, Storia di preti isontini internati nel 1915, che lo rivelò accurato ricercatore delle fonti e coraggioso lettore della storia della sua terra e della sua gente, è di fondamentale importanza.
Anche il Medeot fu profugo a Landegg-Pottendorf, in una delle "città di legno" e quindi sentì profondamente il fatto di aver dovuto lasciare il paese e così comprese benissimo il dramma, lo strappo dei sacerdoti che erano responsabili e pastori di intere Comunità.
Questa pagina oscura della nostra storia, a lungo rimossa, nonostante la presenza di diari, epistolari e documenti di archivio, le vicende degli internati della Grande Guerra solo di recente hanno conosciuto l’attenzione di alcuni studiosi, con ricostruzioni accurate soprattutto locali.
Si tratta di storie che con diversi nomi - deportazione, internamento, domicilio coatto, confino - ma uguale sostanza, parlano di diritti calpestati. Con un pretesto: difendersi da ogni fattore potenzialmente in grado di insidiare operazioni belliche e ordine pubblico. Qui però non parliamo delle vittime dei sospetti della monarchia asburgica, come i trentini di nazionalità austriaca finiti in lager tipo Katzenau, ma di quella italiana: cioè dei tanti friulani, veneti, tirolesi…, con o senza il travaglio della nazionalità, dell’identità, della patria, e della pace, cacciati dalle loro terre occupate e deportati dalle autorità militari italiane in diverse province del Regno.
Un fenomeno che ha visto tanti sacerdoti tenuti lontano dalle loro comunità sino alla fine del conflitto. Bollati come ’austriacanti’, poi ’pacifisti’, puniti da provvedimenti tanto rapidi quanto spesso sprovvisti di motivazioni. Fare memoria non tanto di una data quanto di una persona che ha sofferto per la Comunità della quale è stato pastore amato per oltre mezzo secolo, vuol essere un riconoscimento al clero diocesano che si é sentito ed é stato sempre parte del popolo di Dio, anche su invito del Pastore diocesano, l’arcivescovo di Gorizia Francesco Borgia Sedej, sloveno, che già il 21 maggio 1915 prevedendo il conflitto aveva chiesto ai suoi parroci di non abbandonare le loro comunità.

Una Via Crucis lunga 40 mesi - di Daniele Sergon Sindaco di Capriva del Friuli

Don Giuseppe Viola nel libro che dedicò alla sua esperienza pastorale a Capriva, definiva la guerra "diluvio di fuoco e sangue". Negli appunti conservati presso l’Archivio parrocchiale di Capriva, lo stesso sacerdote ricorda come il 24 maggio del 1915 distingueva chiaramente in lontananza, mentre si recava nella chiesetta di S. Antonio per celebrarvi la messa, "il fracasso del crollo dei ponti che venivano distrutti sui torrenti vicini e sulla linea ferroviaria e da lì a poche ore, verso sera, percepì il boato dell’artiglieria italiana che mirava a distruggere la stazione di Cormons". Don Viola ha riservato alla guerra diverse pagine del libro dedicato alla "sua" parrocchia di Capriva. Così evoca l’entrata in guerra dell’Italia e l’arrivo delle truppe italiane:
« Il conflitto austro - italiano ci incolse con la celerità del fulmine. Era la sera del 23 maggio 1915, solennità di Pentecoste, e il fischio prolungato e sinistro del treno invitava alla partenza quanti avevano il dovere di presentarsi alle armi, e i funzionari dello Stato. Fortissimi detonazioni di ponti fatti saltare fendevano l’aria e mettevano lo spavento nella popolazione. L’indomani, giorno dedicato a Maria Ausiliatrice, qualche pattuglia italiana percorreva il paese per accertarsi della presenza del nemico che in quel giorno stesso, 24 maggio, aveva accettata la lotta anche alle sue frontiere occidentali. Da quel giorno il R. Esercito italiano si insediò nel villaggio, piazzò a Spessa e Russiz, poi a Capriva, le sue batterie, e noi ci siamo trovati in mezzo al fuoco. »
La bufera investì Capriva: la notte del 5 giugno don Giuseppe fu svegliato di soprassalto da un capitano italiano, che imperiosamente gli intimò di avvertire la popolazione di non opporre resistenza alcuna, pena l’esecuzione sommaria. All’assicurazione che in paese erano rimasti vecchi, donne e bambini, il capitano chiese al parroco di seguirlo per una ronda, conducendolo a casa del podestà Silvestri, il quale fu poi immediatamente internato. Nei giorni successivi, proiettili austriaci demolirono una stalla ed uccisero un soldato e dieci capi di bestiame; il 17 giugno un altro esplosivo "seppellì 3 famiglie, facendo 13 vittime tra i parrocchiani ed i soldati". La paura era tale da indurre i rimasti a chiedere alle autorità il permesso di abbandonare la zona e il 27 giugno il comando militare dispose l’evacuazione dei civili. Don Viola scrive ancora nel proseguo del conflitto, in particolare della sua obbligata profuganza verso la vicina Cormons come tutti i pochi rimasti caprivesi:
« Era l’una del pomeriggio d’un giorno di domenica, pioveva a dirotto, quelle case, quella chiesa, chiesa e case di tanti, indimenticabili ricordi! Mio primo e più sacro dovere si fu di consumare le Sacre specie per evitare possibili sfregi e gravi profanazioni. Quella chiesa senza Gesù mi sembrò un deserto! Salutai in tutta fretta la Madonna, Madre e Patrona di Capriva, le affidai la parrocchia, ed infilai col mio popolo la via dell’esilio!»
A rendere ancora più dura la vita dei profughi a Cormons intervenne lo scoppio e la diffusione rapida di malattie infettive, prima di tutte il colera. Spinte da queste dolorosa realtà, molte famiglie caprivesi, avendo ormai dovuto lasciare il proprio paese ed i propri averi, appena le autorità lo consentirono chiesero ed ottennero di poter abbandonare il cormonese per trasferirsi in località più sicure nell’interno dell’Italia. Anche don Viola, che dal 26 giugno 1915 era ospite presso le Suore della Providenza nel Convento di Rosa Mistica a Cormons, dopo quasi sei mesi passati quieto dentro le mura del convento senza mai uscire, venne internato probabilmente il 11 dicembre 1915 in circostanze non chiare, perché egli non ne parla dettagliatamente nelle sue memorie. Secondo i racconti delle madri anziane, don Viola commise l’imprudenza, dopo le esequie di una suora morta in quei giorni, di accompagnare il feretro fino alla porta spalancata della chiesa e di sostarvi per
alcuni istanti, azione che fu sufficiente per essere segnalato ai Carabinieri. Don Viola si limita a scrivere:
« Il giorno 7 dicembre 1915 ricevetti la intimazione di allontanarmi dalla zona di guerra, e addì 13 dello stesso mese la cella del convento di Cormons veniva sostituita da un’altra nel Collegio Salesiano di Firenze, dove i buoni religiosi mi fecero la migliore accoglienza, tutti premurosi di lenire le amarezze del mio esilio. »
A Firenze è raggiunto dalla mamma settantasettenne e da due nipotine orfanelle e dalla domestica, città che dovette abbandonare perché ritenuto pericoloso dalla questura nel settembre 1917, per raggiungere Avellino. A Firenze don Viola esercitò con zelo il ministero sacerdotale in diversi scuole ed istituti, provati dalla carenza dei sacerdoti richiamati al fronte; l’esilio non gli impedì di seguire le anime affidategli, intrattenendo una fitta corrispondenza con caprivesi dispersi di qua e di là dal confine. La Toscana fu salutata con un misto di rimpianto e sollievo, quest’ultimo dovuto alla ristrettezza delle condizioni economiche in una città dove la presenza di profughi aumentava, con ovvie ripercussioni sull’esigua ripartizione delle poche risorse disponibili: a Firenze si faceva la fila, invece "Avellino abbondava di ogni genere alimentare e di file non si aveva un’idea. Pasta, carne, pane, frutta, tutto a prezzi irrisori e bastava avere appetito per consumare il tanto che si voleva acquistare". Ritornò a Capriva nel marzo 1919, costretto ad un lungo viaggio in treno merci, dopo aver fatto il voto al suo santo Patrono, san Giuseppe, pregandolo di riuscire a rientrare in paese in tempo per festeggiarvi l’onomastico, come in effetti avvenne: alla stazione ferroviaria lo attendeva il fedele camerario Giacomo Tirel, con cui aveva convissuto le prime battute di quell’avventura durata quasi quattro anni. Questa la pienezza e lo spessore di un vero grande uomo di Chiesa, Don Viola, don Violute come veniva simpaticamente soprannominato per la sua piccola statura, restò fedelmente e profondamente attaccato alla sua Comunità sempre, in ogni situazione, in ogni momento della sua vita, nonostante sconforti, disgrazie, veri e propri drammi, egli ritornò alla sua Capriva, e nella sua Capriva resto fino alla morte. Questi sono stati i pastori che hanno portato avanti una Arcidiocesi al confine dello Stato Italiano/Austriaco, persone di spessore, piene, dedicate totalmente alle loro Comunità, alle loro genti, oltre il ruolo ecclesiastico, chissà se questo fu capito pienamente dalle autorità centrali.
Fonti: Parroci e comunità a Capriva tra Ottocento e Novecento I.Portellie M. Plesnicar;  La prima guerra mondiale a Capriva 1914-1918 D. Sergon e I. Portelli

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