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"E tornò la Regina dei popoli..."

Quarant’anni fa la restituzione al culto della statua della Madonna del Preval

Parole chiave: Preval (13), santuario (86), statua (7)
"E tornò la Regina dei popoli..."

Quarant’anni fa (l’11 agosto 1979) veniva restituita al culto la statua della Madonna del Preval con un rito presieduto dall’allora arcivescovo di Gorizia, monsignor Pietro Cocolin. Vogliamo ricordare questo anniversario con le parole scritte su Voce Isontina da Celso Macor qualche anno dopo (nel 1995) in occasione della solenne liturgia di incoronazione della statua della Madonna conservata nel santuario e venerata da secoli dalle popolazioni di tutto il territorio.
Incantata nel verde sconfinato lanciata verso il cielo con la verticalità della sua vela a tre campane, la chiesa di S. Maria in Preval, risorta dalle rovine, sembra tornare dalla leggenda.
È un simbolo vivo della presenza di una Madre regale che chiama le genti vicine, friulane, slovene e d'ogni; etnia a incontrarsi nel suo nome. (...)
I segni sotterranei, i percorsi di pietre indicano direzioni e spazi e sovrapposizioni; si spingono fino ad un acciottolato che non si sa se era strada o sito di culto, magari ancora pagano o centro di un breve nucleo di capanne contadine, come le ossa di abitatori antichi e meno antichi; sembrano dire. Tanti segreti sono ancora sepolti dalla terra intorno.
In qualche anno della fine del '400 fu scolpita dagli intagliatori carnici della scuola di Domenico da Tolmezzo una umanissima e dolce Madonna, con lo scettro di regina ma soprattutto madre, con il figlio in braccio bambino e Dio. (...)
E si moltiplicano le leggende quella dolce poesia popolare che corre nelle narrazioni di padre in figlio.
Si raccontò che dei falciatori la trovarono in un cespuglio, "tun sterp", e che non si lasciava portare altrove. (...) Si raccontò anche che, nel caldo d'agosto scese la neve in quel tratto di conca del Preval.
Ed ancora un fascio di luce arrivò, fin lì lungo le chine e le balze delle colline, giù dalla vetta del Montesanto. C'è da dire che le leggende sono più belle della storia.
Perché sprofondano nell'arcano ed accendono la memoria degli scomparsi volti dei nostri vecchi; ci riportarono il loro vivere tra poesia, fede e mistero. Fede e mistero si raccontano negli occhi della Madonna che hanno raccolto il dolore e le speranze di donne e uomini per secoli, nei giorni di calamità ed in quelli di festa nella comunanza della storia.
Vi fu un momento, cinquant'anni fa, in cui la stolta illusione della politica del mondo pretese di spezzare con un confine l'armonia della natura, il senso del tempo, la volontà del Creatore che nel suo progetto aveva chiamato popoli diversi a vivere insieme.
Il confine fu presto cancellato dal vivere quotidiano, ma la chiesetta in abbandono accelerò i1 suo morire tra ortiche e muffe.
Poi un giorno d'agosto di cinque anni fa una luce, un miracolo attraversò il cuore degli uomini che s'erano ritrovati a pregare come in antico.
Quell'incontro si fece promessa.
Le vecchie pietre di arenaria portate dalle colline e squadrate dagli antenati trovarono mani nuove a ricomporle dalle rovine; e travi e cemento congiunsero le vecchie geometrie.
Nel cielo risalirono le campane, a chiamare. (...)
E tornò dalla storia e dalla leggenda la Regina dei Popoli. Tornò a dare unità di sentimenti nella diversità delle lingue di una terra che va da Aquileia alle Alpi Giulie.
Che i figli preghino insieme è gioia per la Madre ed è speranza per tutti.

© Voce Isontina 2019 - Riproduzione riservata
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