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Vasi di creta, eppure vincitori

La comunità di Grado ha celebrato i patroni Ermagora e Fortunato

Parole chiave: patrono (117), Ermagora e Fortunato (2)
Vasi di creta, eppure vincitori

Un suono di campana e si è pronti a partire. A percorrere la navata di Sant’Eufemia e, dal portone principale, raggiungere l’abside per celebrare la Santa Messa. Un gesto che, durante le celebrazioni più importanti, arciprete e cappellano compiono ormai con facilità, ben conoscendo il percorso per arrivare all’altare. La maestria di coro, organo e orchestra, uniti, non fanno che aiutare l’incedere di celebrante e dei vari sacerdoti e ministranti.
Ma venerdì 12, nella basilica gradese, compiere questo percorso è stata sicuramente un’emozione diversa per don Nadir Pigato, da anni cappellano e collaboratore a Grado e Fossalon. Emozione dettata dal fatto che la ricorrenza dei Santi martiri Ermagora e Fortunato ha segnato anche i festeggiamenti per i suoi dieci anni di sacerdozio.
Due lustri dal primo ’Tu es Sacerdos in aeternum’, eseguito dalla Corale Orchestrale Santa Cecilia di Grado nella versione del maestro Pasini.
Così è iniziata la celebrazione eucaristica che ha visto, tra i vari, la presenza di don Antonio, compagno di seminario, don Sante, parroco del suo paese natale, e di monsignor Malnati e monsignor Greco, legati al vicario parrocchiale da legami di insegnamento e di amicizia. Infine, monsignor Michele Centomo che, assistendo alla celebrazione, ha anche tenuto il pensiero omiletico.
"Noi abbiamo questo tesoro in vasi di creta, affinché appaia che questa straordinaria potenza appartiene a Dio e non viene da noi". La citazione dalla seconda lettera ai Corinzi ben si è prestata come introito per l’omelia. "Paolo - sono le parole di monsignor Michele Centomo - confida ai cristiani di Corinto la sua esperienza più personale. Paragona la sua persona alla fragilità di un vaso di creta. Non un uomo potente ma, secondo i criteri umani, un perdente tribolato, sconvolto, perseguitato, colpito sia fisicamente che moralmente. Dalla sua missione di povero vaso di creta è nata una fede, una nuova cultura, una nuova civiltà", ha proseguito il parroco.
Quindi la citazione nei confronti dei Santi martiri. "Anch’essi sono stati dei vasi di creta dentro la potente struttura sociale della grande città di Aquileia, fino ad essere considerati socialmente indesiderabili e venire oppressi con i martirio", ha ricordato riferendosi ad Ermagora e Fortunato. "Eppure sono stati dei vincitori". Martiri, poi, accostati al coltivatore di sicomori che, come autodefinitosi il profeta Amos, incidevano il frutto per farne fuoriuscire il liquido interno e far penetrare aria e acqua. Il frutto, così, purificandosi, acquisiva sapore e maturava velocemente. "San Paolo e i Santi Ermagora e Fortunato si sono comportati come il coltivatore di sicomori", incidendo la società del loro tempo per far penetrare la Parola nuova del Vangelo. "Donando", insomma, "loro il sapore e il senso della vita".
L’invito, dunque, a non essere cristiani che pettegolano e non si sporcano le mani, o cristiani solo di parola ma "cristiani che con l’esempio di vita facciano penetrare aria nuova e l’acqua pura del Vangelo". Concludendo il ricordo con un invito, affinché la missione vocazionale di don Nadir, "a cui sei stato chiamato, trovi nei giovani un esempio da seguire manifestando il valore e la bellezza del Sacerdozio, e susciti vocazioni alla Chiesa che vive in Gorizia".
La consegna di una stola mariana, ricordando la fervente devozione del sacerdote nei confronti della figura di Maria, dalle mani del parroco, monsignor Centomo, è stato uno dei regali a don Nadir, assieme all’esecuzione della Missa Te Deum Laudamus di Lorenzo Perosi nella versione gradese orchestrata. Uno sforzo che la Corale Orchestrale Santa Cecilia, dopo mesi di prove, ha deciso di regalare al cappellano.
E così, conclusa la celebrazione, don Nadir ha ripercorso quella navata, stavolta in uscita. Accompagnato sempre dalle note della compagine ma con la consapevolezza ancora più marcata della missione evangelica e pastorale a cui, quotidianamente e assieme ai confratelli, è chiamato.

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