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Settant’anni di Acli a Fiumicello

L’anniversario ricordato da una mostra fotografica e da un convegno che hanno messo in luce la lunga tradizione di attivismo sociale dei cattolici

Parole chiave: Acli (52), anniversario (160), mostra (59)
Settant’anni di Acli a Fiumicello

Grande festa per i 70 anni di Acli a Fiumicello; mostra fotografica e documentaria e breve - intenso - convegno, coordinato dal presidente provinciale Stefano de Marco. Interventi dei sindaci Gianni Rizzatti (Villa Vicentina), Franco Lenarduzzi (Ruda), Ennio Scridel (Fiumicello; di Vittorino Boem (cons. regionale), Massimo Aldrigo (pres. Acli di Fiumicello), Sergio Giacuzzo (ACLI privinciali), Erica Mastrociani (pres. Acli regionali), Paola Vacchina (cons. Acli nazionali). Presente Cesare Alessandrini, fra i padri fondatori. Dopo il convegno, messa concelebrata da don Luigi Fontanot e don Pierluigi Di Piazza; omelie, con analisi dell’impegno sociale dei cristiani, e forti - attuali - richiami ai doveri, ineludibili, di solidarietà e accoglienza.mo

Quando mi sono capitati Luigino Zof, Mario Glerean e Graziano Furlanut, mi è passato davanti un film di decenni, punteggiato dal loro impegno, e da presenze di sacerdoti: Francesco Panzera, Giuseppe Bison, Ottone Brach, Luigi Fontanot, in sintonia con le Acli. Pur non essendo fenomeno "clericale", dal clero presero avvio. A Fiumicello, questa tradizione porta a individuare motivi della loro nascita; non tanto contro la presenza marxista (ci fu), ma per rivendicare primogenitura di idee.
Da una continuità provvidenziale, iniziò la corrente cristiano sociale dei cattolici friulano-austriaci, con mons. Adamo Zanetti, deputato a Vienna dal 1897 al 1901, fondatore della cassa rurale (1896) e di altre società cooperative, nella prospettiva della politica, mezzo per la realizzazione del Cristianesimo. Parlò già nell’ ’800 del genocidio degli indiani d’America, ben prima dei film Soldato blu e Un uomo chiamato cavallo!
Lo seguì una anima dulcis: Giuseppe Maria Camuffo, fondatore, a Capriva, della prima cassa rurale nel Friuli austriaco insieme con mons. Luigi Faidutti; con lui collaborò intensamente, creando, ad Aquileia e Barbana, centri propulsori delle idee cristiane in ambito sociale.
Seguì, per breve, delicato, periodo (1919-1922), lo straordinario, Prè Tite Falzari.
Presente fu per un et don Giacomo Billiato, protagonista delle seconda stagione del movimento cattolico a Isola Morosini col rudese Rolando Cian. Collaboratore degli Osovani della brigata Berghinz, fu "promosso" alla parrocchia di Aiello, dati gli scontri coi latifondisti di Isola.
Dopo la parentesi di don Enrico Marcon, coltissimo, ma non incline al sociale, venne un uomo d’ azione e santità vissuta: don Francesco Panzera; già a Villesse aveva sparso il seme del cristianesimo sociale, suscitando vocazioni; tra esse, quella del missionario p. Giacomo Montanari, che diffuse in India ciò che aveva appreso. Panzera aveva educato seminaristi e laici più avvertiti, a essere tecnicamente preparati ad amministrare gli organismi cattolici, in modo da incidere nel tessuto sociale.
La più bella sintetica descrizione di lui, sacerdote e cristiano, la diede, più di 30 anni fa, Pietro Aldrigo: "L’era crott!", era nudo, nel senso francescano del termine.
Mons. Bison, uomo pio, a tratti sottovalutato, fu realizzatore di opere parrocchiali, imponenti, nucleo di attività sportive ricreative sociali, con note salesiane.
Sulla nascita delle ACLI ha scritto Giorgio Milocco, 20 anni fa, raccogliendo testimonianze, quando i testimoni abbondavano.
Allora tornò un Vittorio Pozzar che (3 settembre ’47) aveva firmato l’atto costitutivo dell "Circolo ACLI Leone XIII", sottoscritto da Melchiore Pellis, Alfonso Quattrone, Domenico Pozzzar, Giordano Scarpin, Onorina Roman, Carmelo Weffort, Luigi Rusin protagonista del patronato (continua con Graziano Furlanut).
Va ricordato che, nella Bassa, e altrove, le Acli hanno avuto carattere collaterale alla Democrazia Cristiana, anzi, per dichiarazione di Pozzar, furono grimaldello per entrare dove la DC non riusciva; resistettero dov’ era lo scontro con l’anima sociale marxistra.
Accenniamo ora a tre laici, che andarono oltre il panorama locale, non dimenticando personaggi di grande attività (Cesare Alessandrini, mons. Pietro Cocolin; da parroco di Aquileia, aveva fondato la Scuola di Preparazione Sociale). E ancora non dimenticando, che personaggi di spicco a nulla sarebbero valsi senza il lavoro faticoso, oscuro, ai tempi persino rischioso, di donne e uomini dei quali rimane si e no il nome! In un ambiente come questo, anfibio tra Gorizia e Udine, per la disgraziata sorte del mandamento di Cervignano, staccato dal suo naturale contesto.
I tre personaggi sono Rolando Cian; Vittorio Pozzar, Renato Jacumin.
Cian è stato studiato da poco in un volume curato da Paolo Feltrin (Università di Trieste) e in un video di Valeria Baldan.
Di Pozzar, lui vivo, nel 2002 è uscito, dalle Acli nazionali, un profilo a cura di Alberto Scarpitti e Carlo Felice Casula.
Per il suo lavoro da noi, conservo alcune decine di lettere che mi ha scritto nel corso di un ventennio di corrispondenza; spesso erano dei romanzi, per densità e quantità di scritto! E poi c’è la stampa dell’epoca.
Di Renato Jacumin ho tracciato un profilo biografico in "Sarvignan" della SFF; cenno insufficiente: andrebbe sviluppato a più voci.
Jacumin, nelle Acli per breve tempo, fu d’ importanza notevole.
Se Pozzar, fra i tre, ebbe il maggiore successo (2 mandati da senatore; presidente della Commissione lavoro al tempo dello Statuto dei lavoratori; incarichi nazionali nelle ACLI), Jacumin è l’intellettuale di maggiore valenza nel mondo cattolico della Bassa per gli ultimi secoli, e fra i più importanti pensatori, storici, e poeti del Friuli di tutti i tempi, avendo spaziato, dalla storia alla pedagogia, al pensiero sociale, alla storia dell’arte, alla filosofia, alla matematica. Speriamo che si possa arrivare ad un lavoro di un certo spessore, prima che se ne vadano tanti testimoni. Anche dell’opera di Pozzar si dovrà scrivere ancora. Il suo lavoro è stato importante in qualità e quantità.
Non sono numerosi gli storici del settore, non solo non remunerato; per pubblicare qualcosa, bisogna stendere la mano, con umilianti operazioni di accattonaggio culturale. Qualsiasi giovane (ce ne sono, e di talento) è scoraggiato a mettersi su questa strada!
La cultura non paga: ci sono "sorestants" che, anche se non la pronunciano, in cuor loro condividono la sciagurata frase "con la cultura non si mangia", ne abbiamo sconfortante esempio nella cultura materiale, che gronda manifestazioni gratificanti il solo apparato digerente.
Per i beni culturali, la Bassa è in uno stato di agonia: col "Friuli che cade" se ne va gran parte del poco che abbiamo, ad esempio, del patrimonio storico architettonico; è bene pensarci; reagire a quello che si crede, e forse sta divenendo, destino ineluttabile. Ancora, è da pensare, in queste occasioni, a che ne sarà di associazioni come le Acli e non solo. Bene il ricordare, commemorare, ma va accompagnato da uno sguardo al futuro, senza farsi vincere da pessimismo, vittime di egoistica visione della vita.
Conoscere il passato è indispensabile; tradizione, lo dice l’origine della parola, non è pigrizia di passato, ma ardente desiderio di futuro. Già voler ricordare anniversari, come oggi, non è nostalgia (c’è anche quella…), ma urgente interrogarsi per trovare punti di appoggio (prendendola da Archimede), senza i quali si va a tastoni, nel buio, rischiando di stringere, e di vendere, soltanto nebbia.

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Settant’anni di Acli a Fiumicello
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