Monfalcone - Ronchi dei Legionari - Duino
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Accoglienza nella verità

Le domande che interpellano le comunità cristiane dopo gli attentati di matrice islamica e il rischio del "buonismo". A colloquio con Giancarlo Salvoldi

Parole chiave: aiuto (14), straniero (9), accoglienza (42)
(foto Bonaventura)

Parigi 7-8 gennaio e 13 novembre 2015. Bruxelles 22 marzo 2016. I colpi dei kalashnikov e le deflagrazioni dei borsoni pieni di esplosivo massacrano decine di persone e fanno arrivare in primo piano domande e paure. Sono domande e paure già presenti nella società e anche nelle comunità cristiane locali. Erano obiezioni e richieste che si muovevano sottovoce quasi a non volersi scontrare con la necessità di rispondere a chi chiedeva solidarietà fuggendo da Paesi in guerra.
Oggi però, pure al di fuori degli scontri tra i diversi atteggiamenti dei responsabili politici, anche le nostre comunità cercano risposte alla grande domanda se sia possibile una integrazione tra persone che ispirano vita e comportamenti a concezioni e fedi che nella loro traduzione pratica appaiono in rotta di collisione. Il dialogo appare molto difficile tra chi, come noi, vive la propria fede nella libertà garantita dalla laicità dello Stato e chi ritiene unica legge il proprio credo e le proprie consuetudini.
Gli attentati hanno aggravato questo interrogativo che, fino a qualche tempo fa, era visto come un esercizio intellettuale, questione da studiosi mentre le società multietniche parevano essere un pacifico dato di fatto soprattutto in Paesi come la Francia, il Belgio, l’Olanda, il Regno Unito e la Germania.
Gli attacchi di questi ultimo periodo hanno squarciato un velo: gli autori delle stragi non sono venuti dall’esterno dell’Europa, ma da persone con passaporto di Paesi europei, nati e cresciuti in Europa. Certamente attratti e coinvolti in esperienze di radicalizzazione e di preparazione ’militare’ fuori dall’Europa, ma altrettanto certamente partiti da sobborghi e quartieri di città europee nelle quali sono nati. La ferocia terroristica ha sconvolto i cittadini europei di tradizione cristiana o agnostica e atea ma anche le comunità mussulmane che vivono nel nostro continente. Almeno così pare di capire dalle manifestazioni contro il terrorismo promosse dalle comunità mussulmane.
La scorsa domenica 3 aprile anche in Piazza della Repubblica a Monfalcone abbiamo visto un grande cerchio di uomini della comunità del Bangladesh con i cartelli recanti la scritta: "Sono mussulmano, non terrorista. Stop al terrorismo". Il responsabile religioso della comunità ha invitato ad essere presenti i rappresentanti delle istituzioni. Questi hanno risposto all’invito. Erano ufficialmente in Piazza della Repubblica il presidente della Provincia Enrico Gherghetta, il sindaco di Monfalcone Silvia Altran, i sindaci di Turriaco Enrico Bullian, di Sagrado Elisabetta Pian. Il sindaco di San Canzian era rappresentato dal consigliere Claudio Fratta. Attorno al cerchio anche l’assessore regionale al Lavoro Loredana Panariti e la senatrice Laura Fasiolo, accanto ad assessori provinciali e comunali.
Con quasi duemila persone (715 le donne) la comunità bengalese raggiunge quasi il sette per cento dell’intera popolazione della città. Sono qui in risposta all’offerta di lavoro dello stabilimento Fincantieri. Non mancano i problemi che normalmente si registrano con la presenza così rilevante di stranieri (complessivamente questi raggiungono il 20 per cento) in una nostra città di piccole dimensioni, ma non hanno raggiunto toni drammatici e chi parla a nome della comunità bengalese dice di una seria volontà di rispetto e di contributo alla vita della comunità locale.
Sebbene sia tutto da dimostrare, essendo questa comunità visibile solo in parte, le parole dei responsabili vengono accolte sia dai rappresentanti delle istituzioni che da parte di molti cittadini come un segnale positivo. Tuttavia, il problema generale dell’incontro in Italia e in Europa tra fedi e culture tanto diverse rimane ed è appesantito da quanto avviene nel nostro continente e dalle persecuzioni che i cristiani subiscono in molti Paesi retti da governi islamici.
Le condanne a morte o i massacri di intere comunità per il solo fatto di professare la fede cristiana pubblicamente sono dati di fatto dal Pakistan fino al centro dell’Africa.
Allora, ci si chiede, quale significato hanno parole come accoglienza e solidarietà sia nei confronti di chi già risiede nelle nostre città che davanti alle masse di migranti in movimento dall’Africa e dal Medio Oriente verso l’Europa? L’integrazione ed il dialogo sono davvero possibili?
Giancarlo Salvoldi, laureato in scienze sociali e politiche, già insegnaNte di geografia economica e parlamentare per i Verdi in due legislature tra il 1987 e il 1994, ha tenuto nelle scorse settimane, assieme al fratello don Valentino, alcuni incontri di formazione per operatori e volontari della Caritas diocesana di Gorizia sui temi riguardanti i migranti e l’accoglienza.
Gli ho posto alcune domande e le prime risposte mi hanno sinceramente imbarazzato.
E’ possibile il dialogo? "Non dialogano e non possono dialogare. Il buonismo è un suicidio". Guardo Giancarlo negli occhi per chiedere una spiegazione, che arriva: "Io da cristiano dico che dobbiamo aiutare chi è perseguitato, dobbiamo salvare chi rischia di morire. Non c’è alcun dubbio su questo, altrimenti non sono cristiano. Ma questo lo devo fare - scandisce le parole - con il dono che Dio mi ha fatto dell’intelligenza, ad occhi aperti. Non devo illudermi che adesso siamo tutti fratelli e amici".
Mi fa un esempio, senza toccare il terrorismo: "Gli stupri di Colonia parlano chiaro, no? Allora l’accoglienza devo farla nella consapevolezza, sapendo con chi ho a che fare".
Il buonismo, secondo il mio interlocutore "è una tragedia" perché non ci permette di capire e vedere. "Bisogna - dice - partire da un punto fondamentale. La Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, del 1948, è stata ripudiata da tutti gli stati islamici, perché da loro non è ammessa la libertà di pensiero, non è ammessa la libertà religiosa e se ti converti dall’Islam al cristianesimo ti tagliano la testa; non è ammessa la parità tra uomo e donna. E questo non lo ha inventato l’Isis".
Sono andato a cercare le posizioni degli islamici rispetto alla carta del 1948. Non l’hanno fatta propria. Hanno cercato una propria strada per affermare i diritti. Il 19 settembre 1981 il Consiglio Islamico di Europa ha proclamato nella sede Unesco di Parigi la "Dichiarazione islamica universale dei diritti dell’uomo". Nell’introduzione al documento si legge che essa "si basa sul Corano e sulla Sunna".
Nel 1990 l’Organizzazione per la Conferenza Islamica approva la "Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo nell’Islam", nella quale la shari’a è definita fonte di ispirazione e strumento interpretativo delle disposizioni contenute. In effetti, da una parte si distingue tra religione e istituzioni statali, dall’altra no; la religione determina anche la legge dello Stato.
"In questo campo - mi dice Giancarlo Salvoldi - è Gesù Cristo che ha fatto una delle più grandi rivoluzioni ponendo una separazione tra religione e politica quando ha detto ’date a Dio quel che è di Dio e a Cesare quel che è di Cesare’. L’Islam non lo ha ancora fatto". Due punti di partenza che hanno conseguenze nel modo di vedere anche il rapporto tra cittadini e istituzioni. "È dalle teologie che discendono le antropologie da cui derivano le sociologie" dice Salvoldi, che poi spiega. "Questo vuol dire che secondo l’idea di Dio che abbiamo, noi uomini costruiamo una certa immagine dell’uomo e da questa discende un certo tipo di organizzazione della società".
Allora siamo così lontani da non poterci capire? "E’ indispensabile - mi risponde- capire le altre religioni. La Rivelazione è storica  e quindi anch’esse contengono delle verità. Bisogna cercare le verità che ci sono, individuare i valori comuni e quindi impegnarsi, mantenendo ognuno la propria identità, nella lotta per sconfiggere i vizi".
Salvoldi vede quindi la possibilità di un incontro partendo dalle origini, dalle teologie, e sottolinea però un handicap di noi Occidentali: "abbiamo una debolezza, non siamo forti nel nostro cristianesimo e consideriamo la religione un fattore secondario mentre invece è fondamentale, che ci piaccia o no. La nostra debolezza sta nel fatto che ci manca la consapevolezza che è il Cristianesimo ad aver introdotto nella storia del mondo l’idea di persona, di libertà e quindi di democrazia, assieme alla tradizione greca in questo campo; l’idea di uguaglianza tra bianchi e neri, tra maschi e femmine. Questi sono i cardini della civiltà occidentale e questi valori non sono nati né nell’induismo, né nel buddismo, né nell’Islam".
Quindi, dialogo possibile ma nella consapevolezza di quello che siamo. "Caritas in veritate. La carità, l’amore nella verità. E’ un binomio inscindibile", ribadisce Giancarlo Salvoldi richiamando l’enciclica di Benedetto XVI, e conclude: "l’amore è accoglienza, altrimenti non siamo cristiani, ma nella verità. È difficile, ma non c’è altro".

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