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50 anni fa Paolo VI ordinava sacerdote don Duilio Nardin

Chi ha avuto la grazia di conoscere don Duilio Nardin, oltre al particolarissimo carattere da ’burbero benefico’, come definito qualche anno fa da un confratello, non può affatto dimenticare uno degli eventi per cui egli andava sempre fiero: l’ordinazione sacerdotale a Roma per le mani di Paolo VI

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50 anni fa Paolo VI ordinava sacerdote don Duilio Nardin

Con il classico, moderato, entusiasmo friulano ripeteva spesso come, il 17 maggio 1970, si trovasse in Piazza San Pietro. La Provvidenza volle, infatti, che quell’anno Paolo VI si trovasse a festeggiare il 50° di ordinazione sacerdotale. Così numerosi seminaristi vennero scelti, uno da ogni diocesi, per ricevere la consacrazione nel cuore della Cristianità nella Domenica di Pentecoste.
Da Gorizia partì don Duilio mentre della stessa classe don Giampiero, don Guido, don Flaviano e don Gioacchino sarebbero stati ordinati nel giugno dello stesso anno.
L’evento lo segnò per l’intera esistenza ma soprattutto per la sua missione pastorale nelle varie parrocchie in cui venne inviato. Così nel salotto della canonica foglianina chiunque si sedesse al tavolo centrale non poteva non notare il quadro raffigurante proprio Paolo VI che don Duilio custodiva gelosamente. "Sai chi è quel signore lì?". La domanda, posta dal Signor Parroco ad un giovanissimo sottoscritto, ancora mi tormenta. Conoscere una persona va ben oltre il saperla riconoscere da una fotografia o da un quadro. Ancor oggi, passati alcuni anni dalla nascita al cielo di don Duilio, la sua figura e il suo insegnamento sono da riscoprire. Lentamente. Lontano dall’amministrazione parrocchiale e da ogni logica economica o gestionale, la schiettezza e la cultura dell’uomo e del sacerdote ancora riecheggiano non solo nei cuori dei parrocchiani ma, idealmente, anche in quella Piazza San Pietro di ben cinquant’anni fa.
Proprio quest’anno, infatti, il mezzo di secolo di Sacerdozio l’avrebbe celebrato don Duilio. "Tu es sacerdos in aeternum". "Vieni, o Spirito Santo, e dà a questi ministri del Popolo di Dio un cuore grande, aperto alla tua silenziosa e potente parola ispiratrice, e chiuso ad ogni meschina ambizione, alieno da ogni miserabile competizione umana e tutto pervaso dal senso della santa Chiesa; un cuore grande e avido d’eguagliarsi a quello del Signore Gesù, e teso a contenere dentro di sé le proporzioni della Chiesa, le dimensioni del mondo; grande e forte ad amare tutti, a tutti servire, per tutti soffrire; grande e forte a sostenere ogni tentazione, ogni prova, ogni noia, ogni stanchezza, ogni delusione, ogni offesa, un cuore grande, forte, costante, quando occorre fino al sacrificio, solo beato di palpitare col cuore, di Cristo, e di compiere umilmente, fedelmente, virilmente la divina volontà. Questa la Nostra preghiera, oggi per voi. Ed ecco giunto il momento dell’azione: la Pentecoste è qui".
Queste le parole pronunciate da Paolo VI nell’omelia di quel giorno del 1970. Parole risuonate nell’opera pastorale del buon don Duilio, fino all’ultimo dei giorni, sostenendo "ogni prova, ogni stanchezza".
Come durante l’ultima processione a Polazzo, nonostante dolore e malattia, a sorvegliare con le mani sugli stipiti della porta lo svolgersi del corteo. Così lo immagino ancor oggi, su qualche porta celeste a scuotere il capo: magari con l’indice alzato pronto per una delle sue mai scontate precisazioni.

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