Gorizia
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Via crucis o via misericordiae?

Il tema della Misericordia ha fatto da filo conduttore la sera del Venerdì Santo al rito animato anche quest’anno dai gruppi giovanili delle parrocchie cittadine

Parole chiave: misericordia (16), Via Crucis (31)
Via crucis o via misericordiae?

Quasi cinquecento le persone che hanno partecipato nella serata del Venerdì Santo alla Via Crucis proposta lungo le vie della città dai gruppi giovanili delle parrocchie di Gorizia. Quest’anno il percorso si è snodato da Villa San Giusto alla cattedrale: il filo rosso che ha unito le varie "stazioni" è stato quello della Misericordia, esplicito richiamo al tema dell’Anno Santo indetto da papa Francesco.
Ad essere toccati sono stati alcuni luoghi dove maggiormente si vive la sofferenza ma dove anche anche si testimonia l’attenzione della comunità cristiana al prossimo: e così dall’ospedale Villa San Giusto si è passati al parco della Rimembranza (dove nei mesi scorsi hanno vissuto e dormito all’addiaccio decine e decine di profughi provenienti da varie parti del mondo) per sostare quindi dinanzi la mensa gestita dai padri Cappuccini e dinanzi alla casa circondariale di via Barzellini. Dopo il passaggio della Porta della Misericordia della cattedrale, la Via Crucis è stata conclusa dall’intervento del vescovo Carlo, di cui riportiamo i passi centrali.

Abbiamo percorso una via crucis stasera o una via misericordiae? La risposta è scontata: una via misericordiae. E anche se abbiamo appena ascoltato per ultimo il breve racconto evangelico della morte di Gesù, in realtà quel racconto doveva essere il primo. Sì, perché la via misericordiae parte dal calvario. La via crucis vi arriva e, salvo pochi gesti - il cireneo; le donne piangenti; Maria, le donne e il discepolo sotto la croce; Giuseppe di Arimatea che si preoccupa della sepoltura -, non ha molto della misericordia. Piuttosto ha tanto dell’ingiustizia, della cattiveria gratuita, della sopraffazione, del lavarsi le mani, della ragion di stato, dell’odio motivato da convinzioni religiose, della indifferenza.
Tutte cose che conosciamo bene e che portano al calvario: a quello di duemila anni fa e ai calvari di oggi, che siano metropolitane o aeroporti squarciati dalle esplosioni, città distrutte dai bombardamenti, famiglie segnati da assurdi omicidi, barconi che naufragano a poche miglia dalla salvezza, tendopoli infinite piene di profughi e così via. Conosciamo bene questi calvari. Si ha la sensazione che si scende da uno per risalirne un altro; i calvari dell’umanità non finiscono mai. Perché dal calvario, purtroppo, non si può scendere per sempre, c’è n’è immediatamente uno nuovo pronto.
E non si può dire che l’umanità non si impegni con forza a preparare nuove croci per se stessa. A volte l’impegno assume persino la precisione maniacale di chi programma e progetta il tutto fino all’ultimo dettaglio e non importa se lo fa per far funzionare al meglio un campo di sterminio, per compiere bombardamenti mirati con droni guidati da migliaia di chilometri di distanza o per seminare panico con bombe umane. Via crucis continue e sempre nuove.
Però dal calvario può incominciare anche la via misericordiae, magari per risalire inevitabilmente un altro calvario ma con un atteggiamento diverso, cercando di mettere almeno qualche segno di misericordia dentro la nuova via crucis. Perché dal calvario può nascere la via misericordiae? Perché sul calvario può avvenire finalmente un riconoscimento.
Gesù nella parabola del giudizio finale evidenzia il fatto che sia chi ha dato da mangiare all’affamato, da bere all’assetato, accolto il forestiero, rivestito l’ignudo, visitato il carcerato o il malato, sia chi non ha fatto tutto ciò, non sapeva di avere a che fare con lo stesso Cristo. Per saperlo occorre guardare al Crocifisso: in lui c’è l’affamato, l’assetato, lo straniero, l’ignudo, il malato e il carcerato. E non solo perché nella passione Gesù ha vissuto diverse di queste situazioni: ha avuto sete, è stato spogliato, è stato imprigionato; ma perché Lui, il Figlio di Dio, si è incarnato in tutte le nostre sofferenze, in tutti i nostri bisogni. Per questo è possibile un riconoscimento, anzi un duplice riconoscimento: vedere in Lui tutta l’umanità sofferente, vedere nei bisognosi Lui stesso.
Si potrebbe obiettare: non c’è bisogno di questo riconoscimento per usare misericordia, lo dice la stessa parabola del giudizio. Che bisogno c’è di vedere Gesù nel bisognoso e di vedere questi in Gesù? La misericordia vale per se stessa, potremmo quasi dire che è "laica". E’ vero e noi cristiani non possiamo e non dobbiamo appropriarci della misericordia, pretendere il monopolio della solidarietà, l’esclusiva della carità.
Ma ci è stato il dono di vedere, di sapere dove altri non sanno e non vedono. Un dono e una responsabilità. Ma anche una gioia. Agli altri verrà dato solo nel Regno di scoprire con immensa gioia che chi hanno aiutato nel povero e nel sofferente è quel Figlio di Dio che ora li accoglie nel suo Regno. A noi viene già data questa gioia qui e ora. Un dono immenso.
E una responsabilità: noi che sappiamo possiamo ormai far finta di niente verso il povero? Noi che sappiamo che Gesù è presente nell’affamato, nell’assetato, nello straniero, nell’ignudo, nel malato, nel carcerato possiamo girare gli occhi da un’altra parte? No. Per noi non è più possibile percorrere una via crucis se questa non diventa una via misericordiae. Così abbiamo cercato di fare stasera.
Che attraverso la croce di Cristo, il Padre ci conceda in questa Pasqua dell’anno santo della misericordia di diventare misericordiosi come Lui è misericordioso: misericordes sicut Pater.

© Voce Isontina 2021 - Riproduzione riservata
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