Gorizia
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L'omaggio della città al vescovo Pietro

Con una partecipata cerimonia, la città di Gorizia ha reso omaggio venerdì scorso alla memoria dell’arcivescovo Pietro Cocolin con l’intitolazione al suo nome di uno dei controviali dei Giardini Pubblici.

Parole chiave: Pietro Cocolin (2), intitolazione (9), commemorazione (68)
L'omaggio della città al vescovo Pietro

All’incontro erano presenti le massime autorità civili e militari cittadine, insieme a numerosi sacerdoti ed a tante persone che hanno voluto così testimoniare l’affettuoso ricordo del vescovo Pietro. La benedizione, dopo lo scoprimento della targa commemorativa sul controviale, è stata impartita dal vescovo Carlo, presente l’arcivescovo emerito mons. De Antoni ed il vescovo emerito di Trieste, mons. Ravignani.
Successivamente, nei locali del Trgovski Dom, è stato presentato il libro curato da don Renzo Boscarol che ripercorre l’episcopato di mons. Cocolin. Introdotti dal direttore di Voce Isontina, Mauro Ungaro, sono intervenuti il direttore del Novi Glas, Jurij Paljk ed il vescovo emerito di Trieste, mons. Eugenio Ravignani.

(...) Nel vescovo Pietro amore e tenerezza, ancor prima che nelle sue parole, s’avvertivano nella sua straordinaria disponibilità all’ascolto e nell’immediata simpatia con cui accoglieva chi a lui confidava timori e speranze, difficoltà ed attese, mentre delicata e rara appariva la sua sensibilità umana che sapeva comprendere e consolare.
È stato un vescovo che sarebbe piaciuto a papa Francesco: "semplice nello stile di vita... libero per poter essere vicino alla gente... per accostarsi alle persone lungo le notti delle loro solitudini, delle loro inquietudini e dei loro fallimenti... fino a riscaldare loro il cuore e provocarle così a intraprendere un cammino di senso che restituisca dignità, speranza e fecondità di vita". Alcune parole della prima lettera dell’apostolo Pietro ci ricordano con quale animo l’arcivescovo abbia accompagnato il cammino del gregge che Dio gli aveva affidato, "sorvegliandolo non per forza, ma di buon animo, non spadroneggiando sulle persone a lui affidate", con delicata discreta carità.
Non escluderei che agli inizi qualche difficoltà gli potesse venire anche dal fatto di provenire dal presbiterio diocesano. E non solo perché di lui si conosceva quasi tutto, ma perché i primi i commenti si accompagnano alle attese. Si guardava alla sua ancor giovane età, alla sua preparazione teologica che si sarebbe desiderata più approfondita ed attuale, alla responsabilità del governo della diocesi.
Ma non vi era dubbio: la sua esperienza di parroco ad Aquileia a poi a Monfalcone era prova evidente della sua capacità di assicurare alla diocesi un governo saggio e forte. (...)
Il rinnovamento
del Concilio
Accolse con gioia ed attuò con entusiasmo e coerenza quel rinnovamento ecclesiale che veniva dal Concilio Vaticano II e che, se annunciava una autentica primavera, richiedeva determinazione insieme a paziente e fiduciosa attesa.
Furono anni in cui avvenne un deciso mutamento nel rapporto del vescovo con i sacerdoti, dei sacerdoti fra loro e chiara emerse la responsabilità dei laici, e che, se annunciava una autentica primavera, richiedeva saggezza e determinazione insieme a paziente e fiduciosa attesa.
La passione
per l’unità
Mai venne meno la sua passione per l’unità che in lui nasceva dall’essere un uomo di questa nostra terra, in cui vivono da sempre popoli diversi italiani, sloveni e friulani e giuliani. Non ignorava certo che nelle nostre diocesi restavano ancor aperte le ferite profonde di un dopoguerra tormentato. E sapeva che suo dovere di vescovo era pur quello di farsi promotore di riconciliazione e di pace, ben convinto che in tale delicata situazione aveva un suo ruolo da assumere ed un esempio da dare: occorreva far crescere la comunione ecclesiale e dare a quella civile un segno che l’unità non era utopìa ma speranza vera. È su questa strada che occorre camminare ancor oggi con decisione e nella speranza.
La missione
Un’altra passione bruciava il suo cuore di vescovo: la missione. Anche questa nella linea di della sua fedeltà al Concilio. Occorreva dilatare gli spazi della fede ampliando quelli della carità, portare l’annuncio del vangelo e promuovere la dignità della persona umana. Aveva preso sul serio l’affermazione che una Chiesa che non è missionaria non è Chiesa. Non poteva restare convinzione soltanto sua. Doveva diventare consapevolezza di tutti, sacerdoti e laici, perché qualcuno partendo portasse nelle diverse località della Costa d’Avorio la fede e l’amore della Chiesa goriziana. Fu la sua parola convincente a far maturare e crescere una coscienza missionaria e il suo entusiasmo a sostenerne l’esigente impegno.
Il ministero a Trieste
Ed ora consentitemi di ricordare il tempo del suo ministero pastorale a Trieste. Per due anni e mezzo circa, l’avemmo pastore ed imparammo ad amarlo per la felice immediatezza dei rapporti, per la sua fraterna comprensione, per la generosa disponibilità al servizio pastorale, per il calore dell’amicizia e dell’affetto.
Anche per me egli fu padre e di lui rivedo i tratti del volto, sempre sereno, anche nelle preoccupazioni e nei problemi non pochi e nelle sofferenze non lievi né rare, mentre ancor oggi risento la parola incoraggiante ed amica.
Lo incontrai una sera, davanti a san Giusto, giunto in anticipo sull’orario della celebrazione, mentre stava a guardare la facciata della cattedrale, ora anche sua. "Lasciami guardare", mi disse. Nell’intensità dello sguardo e nelle parole potei leggere l’amore di colui che anche per noi e per me era divenuto anche il nostro pastore.
A Trieste sacerdoti e fedeli l’accolsero non solo con fede ma a cuore aperto. E quasi subito s’affermò un rapporto che fin dalla prima conoscenza divenne sincero affetto. A tale proposito furono anche tra noi decisive la semplicità della sua persona, la cordialità del rapporto fraterno con i sacerdoti, la matura competenza pastorale, la generosa dedizione al servizio con cui affrontava i tanti problemi: davvero diede generosa ed apprezzata risposta alle nostre attese.
È stato per me motivo di edificazione il suo sincero rispetto e la sua delicata attenzione verso il vescovo predecessore. Mi pare doveroso ricordarlo. Allora ero rettore del seminario a Trieste e il vescovo Santin abitava in una casa accanto. In uno dei primi nostri incontri mons. Cocolin mi disse: "Se tu non vai a vederlo ogni giorno io non ti guardo più in faccia". Fui fedele a quel mandato. Debbo però dire che se mai a mons. Santin avessi chiesto un qualsiasi consiglio, la risposta era chiara: "Ma questo devi chiederlo ’al nostro arcivescovo’". Dopo averlo accompagnato a quello che fu il loro ultimo incontro, sentii il bisogno di dirgli: "Lei sa che Le voleva bene". E fu allora che vidi una lacrima velare il suo sguardo.
Don Boscarol non omette di riferire un fatto che fu per l’arcivescovo - e non solo per lui - motivo di stupore e di sofferenza. Non era certo chiamato in causa l’amore con cui egli guidava la diocesi, ma elementi di un nazionalismo malato che mal si compone con la professione di una fede cristiana, turbarono la celebrazione di quel giovedì santo del 1976 con un infastidito scalpiccio ed altri rumori quando una lettura della Parola di Dio fu proclamata in lingua slovena. Posso ricordare il fatto increscioso perché ero presente.
Presiedeva la celebrazione l’amministratore apostolico, l’arcivescovo Cocolin. Ne fu dolorosamente sorpreso e colpito, ma non reagì. Rimase fermo alla sua sede. Il suo silenzio fu più eloquente di qualsiasi condanna.
Nel presbiterio, a destra, assisteva al rito, l’arcivescovo emerito mons. Santin, in quei giorni fisicamente sofferente. E fu sua forte la parola di condanna: si alzò di scatto, raggiunse l’ambone, e disse testualmente: "Abbiamo pregato in latino, abbiamo letto la parola di Dio in lingua italiana, ora la leggiamo in lingua slovena: il vostro comportamento è incivile e anticristiano". E l’assemblea si ricompose in addolorato silenzio.
Tuttavia nell’arcivescovo mons. Cocolin questo episodio - scrisse mons. Bellomi suo successore - "acuì un intimo tormento, perché era sale sparso sulla carne viva della sua generosa disponibilità, esposta e indifesa".
Non solo per la Chiesa che è in Gorizia ma anche per la Chiesa che è in Trieste è stato un grande dono averlo avuto padre e pastore.

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