Gorizia
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Dove vai Gorizia?

Quali i bisogni e le necessità più immediate per Gorizia, anche alla luce della situazione emergenziale? Quali inoltre le prospettive e i desideri della cittadinanza? In vista delle prossime elezioni comunali, ne parliamo con i responsabili delle Unità Pastorali della città

Parole chiave: elezione (20)
Dove vai Gorizia?

Nei prossimi mesi i cittadini di Gorizia saranno chiamati alle urne per scegliere il proprio nuovo sindaco.
Alla luce della situazione attuale, qual è lo "stato di salute" della nostra città? Quali le problematiche, le necessità più immediate, ma anche le prospettive che la comunità percepisce?
Lo abbiamo chiesto ai responsabili delle Unità Pastorali della città, che quotidianamente "toccano con mano" e rilevano il sentire più diretto delle persone e delle singole comunità di riferimento.
In questa prima puntata ospitiamo don Nicola Ban, responsabile dell’Unità pastorale fra le parrocchie del Duomo, S. Ignazio, S. Rocco e S. Anna e don Fulvio Marcioni, decano della città nonchè parroco della Madonna della Misericordia e amministratore parrocchiale di Maria SS. Regina.

Come stanno vivendo le comunità cristiane del Decanato questo periodo di pandemia?
don Nicola: Con questa pandemia le comunità cristiane hanno subito una consistente cura dimagrante: anche se le chiese sembrano abbastanza piene perché si sta distanziati, in realtà la frequenza è calata di molto, e alcuni collaboratori si sono defilati. Sono venute a mancare le occasioni di aggregazione che aiutano a coltivare lo spirito di comunità. È come se si fossero rotte delle abitudini che ritmavano le vite delle persone. Si fa fatica a progettare a lungo termine. Certo questa esperienza ci fa capire che cosa conta veramente e fa emergere ciò che è essenziale. Bisogna ringraziare soprattutto coloro che si prendono cura dei più giovani, capendo che i rischi del contagio, per quanto grandi, sono inferiori rispetto al rischio di far crescere i ragazzi senza occasioni di incontro.
don Fulvio: Dopo il periodo di Natale che di anno in anno viene vissuto con partecipazione ed entusiasmo, nel quale si incontrano e vicendevolmente si contaminano fede, spiritualità, tradizioni ed elementi di varia natura, di sovente si vive un tempo di calma del quale, in questo strampalato passaggio della nostra esistenza, sperimento forse più di altri momenti l’ineludibile relatività, contrassegnata da una attesa che si declina in molti modi. Il più evidente mi sembra sia quello legato alla salute personale e collettiva, di fronte a una pandemia che non pare ancora cedere il passo in maniera decisa di fronte ai progressi della scienza e della ricerca, delle misure messe in atto dalla maggioranza delle persone e dalle decisioni del Governo e delle diverse amministrazioni del territorio.
Tuttavia le nostre comunità sono costantemente in cammino, quanto si voglia accidentato, probabilmente affaticato e comunque pervaso dalla ricerca di soluzioni etiche, morali, educative e culturali che giocoforza non debbano essere impermeabili ai tanti processi in atto, nei quali l’ambito della gestione pubblica ha il suo peso. Mi riferisco all’attesa per il nuovo Presidente della Repubblica, per il destino del Governo italiano, per le prossime elezioni amministrative della nostra Città.

Alla luce di ciò, dal vostro particolare "osservatorio" sulla città e sulla società, quali ritiete dovrebbero essere le priorità per la futura amministrazione comunale?
don Nicola: In questi giorni abbiamo fatto le statistiche "demografiche" del 2021 dell’Unità Pastorale: come succede da diversi anni i funerali sono il triplo dei battesimi e i matrimoni sono una rarità. L’andamento demografico è un segnale importante della speranza che si respira in città e allo stesso tempo è qualcosa che alimenta o consuma la speranza. Mi sembra positivo tutto ciò che aiuta le persone a scegliere di stare a Gorizia: o perché ci sono delle attività produttive che attirano lavoratori, o perché si vive così bene che si sceglie di dimorare a Gorizia anche se si va a lavora altrove, o perché ci si prende cura degli universitari offrendo loro i servizi di cui hanno bisogno, o perché ci sono quei servizi che fanno desiderare di passare la pensione nella nostra città. Quindi promozione di attività lavorative (adesso mettendosi in rete con la realtà portuale e logistica della regione, aprendosi al territorio in Italia e in Slovenia per offrire pacchetti turistici), offerta di servizi alle famiglie (asili nido, doposcuola, incentivi alla natalità), cura del rapporto con l’università (mensa, coordinamento per aiutare a trovare alloggio, aule studio), valorizzazione della terza età (potenziamento del reparto di Geriatria, rete tra le associazioni che offrono servizi per gli anziani) potrebbero essere le priorità per la futura amministrazione comunale.
don Fulvio: Riuscire a redigere una lista di desiderata è alquanto complicato, riduttivo, poco utile in relazione all’ineluttabile necessità di obiettivi ad ampio respiro, di traguardi lontani e di mete alte. Non credo sia possibile non accorgersi di alcune criticità e difficoltà, ma risulta improcrastinabile il riconoscere parimenti le potenzialità, le peculiarità preziose e programmatiche che contrassegnano la nostra Città. Non avendo responsabilità dirette ed essendo fuori dall’agone della gestione politica e della ricerca diretta di soluzioni concrete, mi permetto di suggerire che il governo, le istituzioni, i vari corpi intermedi, i cittadini tutti, quelli nuovi e quelli in ricerca di un approdo più stabile, prioritariamente dovrebbero, ossia dovremmo, investire tempo, risorse e capitali per un ripensamento del nostro vivere collettivo. Dal significato dei luoghi di condivisione e d’incontro, al senso profondo della comunione dei bisogni e delle aspettative, dei diritti e dei doveri, nel quale gli ambiti umani, filosofico, etico, spirituale, familiare, affettivo e relazionale, chiaramente distinti, possano dialogare ed evolvere, nei quali la profezia e quindi la speranza non debbano mai venire meno. Altrimenti si potrebbe correre il rischio di ripiegare, attraverso disumanizzanti compromessi, in una pugnace tensione che puntualmente si consuma tra coloro che, per varie ragioni, conoscono difficoltà, rallentamenti o addirittura tragiche battute d’arresto, che stanno interessando sempre più da vicino persone e ceti che un tempo sembravano immuni dai pericoli.

Gorizia è una città che desidera guardare ai giovani, arrivare a loro. Cosa suggerireste, anche avendo avuto modo di confrontarvi direttamente con la cittadinanza più giovane? Quali i bisogni emergenti dei ragazzi?
don Fulvio: Anche in questo caso, dovessi essere costretto a fare un elenco, non saprei con assoluta certezza da dove partire e quale scala di priorità definire.
I giovani a Gorizia vivono le stesse dinamiche che attraversano il Paese e l’Europa. Qualche peculiarità nei nostri è determinata naturalmente dalla posizione geografica, dai segni ora tragici ora esaltanti della nostra storia contemporanea, ma alcuni tratti si riconoscono, indissolubilmente legati agli anni della formazione, della costruzione della personalità, della ricerca senza requie del significato dell’esistere, dell’amare, dello sperimentare.
Ripropongo quello che anche in altre occasioni ho potuto affermare, ribadendo che lo studio, le prospettive professionali, l’esigenza di relazioni importanti, il desiderio di condivisione e di felicità, siano fattori che denotano e segnano inopinatamente il nostro essere. È sufficiente interrogare i genitori, i nonni, i giovani di un tempo, per comprendere che alcune dinamiche e alcune tensioni, prospettive e peculiarità, sono fondamentalmente simili, oggi come allora, anche se mutano consuetudini, approcci, sensibilità e soluzioni percorribili.
don Nicola: Come succede anche altrove, i giovani sembrano disporsi non lungo una linea "normale", ma con due "gobbe": ci sono dei giovani molto in gamba, veloci, capaci, e ci sono dei giovani seduti, piuttosto passivi. I primi si arrangiano da soli a trovare la propria strada. I secondi sono più difficili da capire e da intercettare.
Con quelli del primo gruppo funziona proporre responsabilità, far esercitare un servizio, chiedere idee…: hanno bisogno di entrare nella vita dei grandi e di essere presi seriamente. Penso ad esempio all’entusiasmo che crea l’oratorio estivo e alla dedizione che viene messa in gioco. Purtroppo col secondo gruppo è molto più complicato trovare una via di accesso.
In ogni caso i giovani hanno bisogno di trovare spazio e di essere liberi di costruire anche i propri errori: difficilmente si inseriscono in strutture che abbiamo pensato noi per loro.

Nei prossimi anni Gorizia dovrà affrontare la grande "sfida", insieme a Nova Gorica, verso la Capitale della Cultura europea. Cosa ne pensate a riguardo? Cosa cogliere ma anche cosa offrire con quest’opportunità?
don Fulvio: Credo che all’inizio del cammino che ha portato a ottenere questo risultato, che è un impegno e una prerogativa, una responsabilità e un dono, un’opportunità e una missione, non fosse ancora così del tutto evidente la dimensione che questa nomina avrebbe potuto assumere, poiché negli ultimi tempi essa sta rivestendo un’importanza sempre maggiore nel panorama europeo. In altre parole, mi sembra che di fronte alle spinte decisamente centrifughe e potenzialmente venefiche per l’Unione, il significato, questo sì segnatamente e indubbiamente particolare della nostra realtà transfrontaliera,  appaia di capitale importanza, dal momento che può manifestare l’effettiva possibilità storica di una convivenza e di una crescita comuni, dove le differenze e le realtà lontane non siano del tutto inconciliabili e, seppur contrassegnate da percorsi lunghi e non sempre lineari e indolori, possano incontrarsi in modo autentico, dialogare e mutuamente arricchirsi. Quindi dimostrare che le prospettive, i sogni e le mete traguardate all’origine della costituzione della Nuova Europa, hanno trovato proprio qui con noi una realizzazione nei fatti, perfettibile ma attualissima, in costante divenire ma concretissima.
don Nicola: Qualcuno si lamenta che a Gorizia non mai c’è niente… la realtà è che a Gorizia ci sono tantissime iniziative e tante proposte, ma tutte piuttosto frammentate e legate a gruppetti. Essere Capitale della Cultura ci sfida e ci dà l’opportunità di lavorare in rete, trovando dei progetti comuni, convergendo in una visione di insieme. Questo vale prima di tutto per la nostra realtà ecclesiale: non abbiamo rapporti con la realtà di Nova Gorica e anche tra le varie parrocchie della città ci sono campanilismi che si possono superare… spero che essere Capitale della Cultura ci costringa a lavorare maggiormente insieme. Più in generale spero che sia un tempo dove costruire alleanze: con Nova Gorica, Salcano e S. Pietro, con la valle dell’Isonzo, con la valle del Vipacco, con il Collio, con il monfalconese, con Aquileia e Grado, con le varie realtà presenti in città.
La visione ci era già stata offerta giusto 30 anni fa da Giovanni Paolo II in visita a Gorizia: "Gorizia, situata all’incrocio di correnti di pensiero, di attività e di molteplici iniziative, sembra rivestire una singolare missione, quella di essere la porta d’Italia che pone comunicazione il mondo latino con quello slavo: porta aperta sull’Est europeo e sull’Europa centrale". Cioè la nostra città è chiamata ad essere incrocio e porta aperta: se si chiude, smette di esistere.
Credo che come Chiesa possiamo offrire un patrimonio storico di beni artistici e culturali, alcune possibilità di accoglienza, delle strutture ma soprattutto possiamo offrire un senso ampio di cultura. Che bello sarebbe dedicare una mostra alla cultura dell’educazione e alla cultura della carità. Che bello sarebbe che, diventando Capitale della Cultura, promoviamo esperienze di integrazione per i migranti, processi educativi per giovani, creazione di posti di lavoro.

Per finire, se dovreste descrivere ora Gorizia attraverso un’immagine, quale sarebbe?
don Nicola: A volte mi sembra che Gorizia sia un mosaico composto da pietre più o meno preziose, ma guardate troppo da vicino, per cui ci si concentra solo su alcuni particolarismo. Spero che l’essere Capitale della Cultura, mettendoci nell’ottica dell’Europa, ci permetta di guardare il mosaico un po’ più in prospettiva e ci permetta di valorizzare e dare senso alle singole tessere.
don Fulvio: Questa è una domanda bella, profonda, nella quale il non sembrare alquanto banali mi pare un’impresa quasi impossibile. Non una ma molteplici immagini mi sovvengono; tra le tante, bucoliche o prosaiche, quasi di primo acchito mi sovviene l’immagine del treno, che possa unire, attraversando gallerie buie e aprendosi a visioni panoramiche uniche; che non dimentichi la stazione dalla quale ha avuto inizio il suo viaggio, ma che non possa fermarsi se non prima di aver raggiunto la meta finale del cammino. Costretto per ragioni intrinseche su una strada ferrata, che ha regole e limiti ben definiti, ma che abbia come sua sostanziale propulsione, quella di raggiungere luoghi fino a ieri inaccessibili, superando e sfidando i limiti della natura, le distanze di ogni genere, le barriere più impenetrabili, le prove più inimmaginabili. Che alle volte metta a dura prova il Creato ma che non possa non godere delle potenzialità e della cura dello stesso, perché il poter guardare fuori dal finestrino e gustare la bellezza è la linfa stessa del suo esistere ancora. Che conservi il suo carattere glocal, sapendo unire, attraversandoli e facendoli propri, mondi lontani e differenti come l’indimenticabile Orient Express, non smarrendo il gusto della dimensione regionale e del fascino unico e identitario delle piccole stazioni. Che possa essere ad alta velocità e al contempo conservare il piacere della lentezza e dei piccoli scambi della cremagliera. Che necessiti di un macchinista, di un capotreno, di manovratori, di tecnici, di controllori, ma soprattutto di clienti attenti, esigenti e duttili, massimamente variegati e variopinti. Che non lasci a terra nessuno, nonostante alle volte porti con sé un bagaglio personale che può essere parecchio ingombrante; che anche se si è privi dei titoli di viaggio ti permetta di salire e difficilmente ti abbandoni a metà strada o in un luogo senza i minimi servizi. Dove è fondamentale che i vagoni siano legati ma non costretti in un impossibile immobilismo, sappiano coordinarsi e avere il giusto gioco tra loro, rimangano comunque assieme alla locomotiva, la quale non possa far deragliare nessuno di essi, ma debba essere in grado di portare tutti fino in fondo all’itinerario immaginato.
Che sia dotato del freno a mano che potenzialmente dia a chiunque la possibilità di fermarsi o di fare partecipi gli altri di un’emergenza, di un problema, di una necessità imprescindibile. Comodo ed efficiente, nobile eppure popolare, elegante e pratico, giustamente orgoglioso del suo passato eppure immedesimato nel presente e tenacemente proiettato verso l’innovazione, con le ruote bene ancorate a terra ma i cavi e le antenne capaci di captare le diverse e alte tensioni. Nel quale la componente umana ne determini l’offerta e le visioni, le trasformazioni e le peculiarità. Laddove l’incontro, il dialogo e la conoscenza con persone di ogni estrazione, lingua, colore, cultura e fede, siano le caratteristiche più cercate e maggiormente amate.

© Voce Isontina 2021 - Riproduzione riservata
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