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Ritorna in vita la Domus romana di Tito Macro

Inaugurato venerdì scorso ad Aquileia l’innovativo progetto di valorizzazione e ricostruzione degli ambienti della casa la cui fase visibile è databile fra la fine del I secolo a.C. e la metà del I secolo d.C.

Parole chiave: domus (2), Tito Macro (1)
Ritorna in vita la Domus romana di Tito Macro

È stato inaugurato venerdì scorso ad Aquileia l’innovativo progetto di valorizzazione e ricostruzione degli ambienti della Domus di Tito Macro, promosso dalla Fondazione Aquileia, presieduta dall’Ambasciatore Antonio Zanardi Landi.
L’intervento è stato finanziato con un importo di sei milioni di euro, attraverso l’utilizzo delle risorse erogate alla Fondazione dalla Regione Friuli Venezia Giulia e mediante il contributo di ALES S.p.A., società in house del MiBACT.
L’articolato progetto di valorizzazione, ideato per assicurare la conservazione dei reperti esistenti e garantire la più ampia fruibilità del sito, ha previsto la risistemazione dell’area in seguito a un’importante attività di scavo condotta dall’Università di Padova, nonché la costruzione di un’elegante e moderna copertura in laterizio monocromo - tra le più ampie esistenti in Europa all’interno di un’area archeologica - sostenuta da pilastri d’acciaio in rosso pompeiano. La costruzione consente al pubblico di entrare concretamente in un’antica dimora romana e di comprenderne in maniera più immediata l’articolazione, le volumetrie, i percorsi, le fonti di illuminazione e il rapporto fra le sale principali e le aree scoperte.
Sono state inoltre effettuate operazioni di pulitura, consolidamento, risarcimento di lacune e protezione finale su una superfice di 320 mq di pavimenti decorati con mosaici - la cui fase visibile è databile tra la fine del I° secolo a.C e la metà del I° d.C.
La visita sarà prossimamente arricchita con un allestimento multimediale, attento agli aspetti didattici, che permetterà di ricostruire le caratteristiche degli ambienti e delle pavimentazioni attraverso l’utilizzo delle più moderne tecnologie.
"La valorizzazione della Domus di Tito Macro rappresenta un punto importante di un percorso che la Fondazione Aquileia segue da tempo, allo scopo di raggiungere una migliore fruibilità dei resti della grande città romana. L’obiettivo è rendere ’parlanti’ i reperti archeologici e le grandi opere d’arte conservate ad Aquileia, aiutando la comprensione nel contesto originalissimo di una città che fu punto d’incontro della romanità con il mondo balcanico e con quello nordafricano e mediorientale. Confidiamo che la Domus di Tito Macro possa richiamare ulteriormente l’attenzione del pubblico, unendosi così ad altri due grandi edifici costruiti dalla Fondazione, l’Aula Meridionale e la Domus Episcopale, che attraggono ogni anno 60.000 visitatori ciascuno" ha dichiarato l’Ambasciatore Antonio Zanardi Landi, Presidente della Fondazione Aquileia.
Il progetto di ricostruzione è stato redatto dal Raggruppamento Temporaneo di Professionisti, coordinato dall’arch. Eugenio Vassallo e realizzato sotto la sorveglianza della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio del Friuli-Venezia Giulia con la direzione dei lavori dell’ing. Ermanno Simonati.

La "Domus di Tito Macro" e i lavori di scavo
La "Domus di Tito Macro", una delle più vaste dimore di epoca romana tra quelle rinvenute nel Nord Italia, copre una superficie di 1.700 metri quadrati e rappresenta un unicum in Europa. L’abitazione si estende per circa 77 metri in lunghezza e 25 in larghezza massima, tra due strade lastricate della città (decumani) all’interno di uno degli isolati meridionali della colonia, fondata nel 181 a.C., dal quale provengono il celeberrimo mosaico del ratto d’Europa, il bellissimo pavimento con tralcio di vite con fiocco e il ’pavimento non spazzato’, ora esposti al Museo Archeologico Nazionale, e il mosaico del Buon Pastore, provvisoriamente collocato a Palazzo Meizlik.
La dimora fu indagata parzialmente negli anni ’50 del secolo scorso e, tra il 2009 e il 2015, è stata oggetto degli scavi condotti da parte del Dipartimento dei Beni Culturali dell’Università degli Studi di Padova, in convenzione con la Fondazione Aquileia e su concessione del MiBACT, sotto la direzione del Prof. Jacopo Bonetto. Gli scavi hanno permesso di riconoscere, in particolare, la pianta della domus, costruita nel I sec. a.C. e vissuta ininterrottamente fino al VI sec. d.C. , e di proporne l’attribuzione a Tito Macro, facoltoso abitante di Aquileia, in base al ritrovamento di un peso di pietra con maniglia di ferro con l’iscrizione T.MACR.
Le indagini archeologiche hanno permesso di documentare inoltre le fasi di evoluzione della domus, che fu oggetto di varie trasformazioni e rinnovamenti tra cui il grande mosaico della pesca, che verrà ricollocato nella sala di rappresentanza aperta sul giardino. Il tenore di vita dei proprietari è testimoniato da un bellissimo anello d’oro e pasta vitrea datato II-III sec. d.C..
Oltre 1.200 sono le monete restituite dagli scavi, tra le quali spicca il sesterzio di Massimino il Trace (235-236 d.C.), l’imperatore che trovò la morte proprio ad Aquileia per mano dei suoi stessi soldati che avevano stretto d’assedio, senza successo, la città rimasta leale a Roma. Un tesoretto di ben 560 monete è stato poi ritrovato nella zona dell’atrio, nascosto dal suo proprietario in una buca intorno al 460 d.C., nei turbolenti anni successivi alla presa di Aquileia da parte di Attila, re degli Unni, e mai recuperato.
Alla casa si accedeva da ovest, attraverso un atrio sorretto da quattro colonne e dotato di vasca centrale per la raccolta dell’acqua e di un pozzo, parzialmente conservatosi e integrato nella parte mancante. In asse con l’accesso si trovava il tablino, sala da ricevimento del padrone di casa, con ricco pavimento musivo. La parte retrostante della casa gravitava su uno spazio centrale scoperto, il giardino, circondato da un corridoio mosaicato e dotato di una fontana.
Su di esso si apriva la grande sala di rappresentanza e, a sud, il triclinio, affiancato da ambienti di soggiorno e da una stanza da letto (cubicolo). A nord si trovava invece la cucina con bancone in muratura, mentre nella parte orientale sono state riconosciute quattro botteghe, tra le quali anche il negozio di un panettiere con il forno per la panificazione, i cui resti sono rimasti in vista.

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