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La tradizione dei Sermoni

Si è ripetuto l’antico rito nei primi giorni della Settimana Santa in basilica a S.Eufemia

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La tradizione dei Sermoni

Partecipati e sentiti, nonostante la pandemia abbia ridotto la possibile capienza della millenaria Basilica di Sant’Eufemia a Grado, i Sermoni. Un’antica tradizione della Settimana Santa Gradese che, anche durante il cosiddetto Periodo Covid, non si è fermata ma ha proseguito. Variando, certo, qualche aspetto delle azioni liturgiche e dell’Adorazione Eucaristica ma mantenendo, nell’organizzazione, lo stesso spirito di sempre.
Se l’anno passato, chiusa la basilica, i Sermoni erano stati celebrati a porte chiuse e trasmessi solamente online sul canale della Parrocchia di Grado, quest’anno la presenza del pubblico ha permesso una più viva partecipazione, con un’ora di adorazione Eucaristica prima di ogni Sermon. Le riflessioni sono state curate per l’occasione dal Coro don Luigi Pontel. A presiedere le azioni l’arciprete parroco di Grado e Fossalon, monsignor Michele Centomo. Presenti anche il vicario parrocchiale, don Nadir Pigato, e il cappellano militare don Gianni Medeot. Il servizio liturgico, invece, è stato coadiuvato da alcuni rappresentanti dell’Associazione Portatori della Madonna di Barbana.
Ottima la risposta della comunità, non solo in presenza all’interno della Basilica di Sant’Eufemia ma anche online grazie alle dirette streaming fornite per tutte le azioni liturgiche della Settimana Santa, e quindi anche durante i Sermoni, alle quali hanno partecipato centinaia di persone.
A curare i pensieri omiletici monsignor Arnaldo Greco, che ha ribadito, "è un bisogno della persona umana sentirsi protetto, sicuro, sapere che vi è qualcuno che veglia sulle nostre vite. Questo vale nell’ambito umano nelle relazioni agli altri e anche nel campo della fede in relazione con la divinità".
"Io ho sempre sostenuto - ha proseguito monsignor Greco - che la paura più grande che l’uomo sperimenta nella vita non è la morte, anche se essa ci crea enormi problemi, ma la paura più grande che l’uomo può sperimentare è la solitudine affettiva, il sentirsi solo e dimenticato. Qui l’uomo avvizzisce come una pianta senz’acqua e senza sole e declina inesorabilmente".
"Quante vite umane si sono interrotte volontariamente causa questa paura, anzi angoscia presente nell’anima? Sono tante! I Santi ci fanno compagnia, la fanno anche attraverso la vicinanza e l’amore di chi ci sta accanto. Ci sentiamo non più soli e dimenticati. I Santi si prendono cura di noi".
Monsignor Greco si è soffermato nei suoi pensieri omiletici sulla figura di San Giuseppe, padre putativo di Gesù ma che anche lui ha detto il proprio "sì" al Signore.
Con semplici, ma preziosissimi gesti, "Giuseppe si mette al seguito dei progetti e della volontà di Dio per la redenzione del genere umano. Anche Giuseppe ha avuto la sua vocazione e rispondendo a questa chiamata, egli si è inserito a pieno titolo nella Storia della Salvezza. Possiamo dire che anche Giuseppe abbia fatto la sua parte per quanto gli era stato richiesto".
"Piace sottolineare come accanto al piccolo Gesù Bambino, lungo gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza ci sia la presenza di un "papà" che genera nel figlio l’aspetto della vita descritta e coniugata al maschile. Fatto questo che non va dimenticato o sottovalutato: nella opera di crescita del "vero uomo" che è Gesù la visione al maschile dell’esistenza viene affidata alla testimonianza silenziosa ed efficace di Giuseppe, figlio di Davide Re. Non possiamo dimenticare la preziosità di questa azione in tempi, come i nostri, dove spesso i ruoli sono radicalmente contestati e fors’anche demoliti. Di questi aspetti parleremo nelle sere a venire. Qui ci basta ricordare la vocazione alla divina paternità offerta a Giuseppe e da lui accettata e svolta nel tempo affidatogli dal Padre celeste".
"Interessante la figura di Giuseppe che svolge la missione del papà, del padre come ogni uomo chiamato alla generazione della vita in questo mondo. Il papà che protegge, che guida che porta alla piena maturità. Giuseppe ha compiuto questo senza creare rumore. Anche nella vita a Nazareth egli è stato "maestro" verso il giovane Gesù nell’arte della falegnameria insegnando l’arte dell’ebanista al vero Uomo e vero Dio che ospitava nella sua casa. Sì, perché non lo pensiamo, ma Giuseppe diede "umana ospitalità" a quel Figlio divino che il Padre Celeste aveva affidato alla sua custodia".
"I nostri figli, dono meraviglioso di Dio sono affidati alle cure delle mani materne e di quelle paterne che con pazienza riescono a modellare un’opera di vera arte. Quanto era bella quella immaginetta che una volta circolava nei nostri libri di preghiera dove si vedeva Giuseppe con Gesù giovanissimo intento a insegnargli come tagliare ed incastrare il legno. Maria, poco distante, dalla soglia della casa a guardare con cuore materno la scena. Certo i contesti sono cambiati, l’arte del falegname non si trasmette di padre in figlio, ma pur nelle mutate condizioni, vedere un padre che insegna qualcosa al proprio figlio ricorda proprio la Sacra Famiglia sotto il tetto familiare".
"Quanto tempo avrà dedicato Giuseppe a Gesù? I vangeli non ne parlano; altri sono gli argomenti che interessano gli evangelisti, ma è un vero peccato che nessuno abbia avuto l’idea di raccontarci la vita domestica della Famiglia di Nazareth di Maria, Gesù e Giuseppe".
"Il Papa, al punto 4 della sua Patris Corde aggiunge un concetto a mio avviso importante quello di "padre nell’accoglienza" che non va ridotto a padre accogliente peraltro importante per ogni nuova vita che viene a questo mondo, ma amplifica il concetto di accoglienza a tutti i campi della vita e, riferito ai nostri tempi, il coraggio di essere padri nell’accogliere la vita che appare all’orizzonte, a non pensare che eliminandola si risolvano le paure e gli eventuali problemi. La vocazione alla paternità, come quella alla maternità, scritta nel cuore degli esseri umani, è una vocazione che alla base non deve avere solo il calcolo economico o dell’opportunità temporale di questa o quella nascita, ma il coraggio, talvolta incosciente secondo la lettura umana, di un allargare le braccia sapendo che dietro le nostra braccia spalancate ci sono le braccia spalancate di Dio e quando le nostre braccia si chiudono attorno alla persona amata, ci sono le braccia di Dio che avvolgono le nostre e la persona abbracciata".
"A questo punto possiamo ricordare come la figura di San Giuseppe è il papà che accoglie protegge, ma anche insegna portando a maturità il figlio affidatogli ed è l’immagine plastica e coinvolgente di ogni uomo che ha nella vita il dono e la grazie di diventare padre di una nuova vita. In ogni uomo, come in Giuseppe, si ripete la paternità amorevole di Dio Padre che ha tanto amato il mondo".
"Va ricordato che anche oggi la Chiesa vive ostilità e persecuzioni, vive uno strisciante abbandono dei credenti della vita dei Sacramenti, una fortissima edonizzazione della vita stessa con conseguente creazione, dove avviene, di una religione "fai da te" sullo stampo della New Age anche nell’ambito dello stesso cristianesimo. La laicizzazione del modo di pensare provoca una emarginazione sempre più marcata della Chiesa e del Vangelo, del quale è affidataria e depositaria, dallo scenario umano. Il rischio è anche quello della riduzione di una Chiesa Cattolica dedita prevalentemente se non esclusivamente al campo sociale quale fosse una Organizzazione Mondiale no profit. Pericolo, a mio avviso, non tanto lontano all’orizzonte".
"Che San Giuseppe - ha concluso Greco - ci protegga da questo disastro spirituale, rafforzi la nostra Fede e sostenga la nostra mano della quotidiana azione di testimonianza evangelica".

© Voce Isontina 2021 - Riproduzione riservata
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