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Giorno del Ricordo: commemorare e tramandare

Toccante cerimonia a Grado alla presenza di numerosi esuli, loro figli e nipoti

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Giorno del Ricordo: commemorare e tramandare

Tra le numerose manifestazioni organizzate in regione e fuori per il 10 febbraio, Giorno del Ricordo, quella di Grado è sicuramente una delle più toccanti. Non solo per la folta presenza di esuli e di figli e nipoti di chi scappò dalla propria Terra nei momenti successivi alla Seconda Guerra Mondiale, ma anche perché si tratta di una delle poche commemorazioni sulle sponde dell’Adriatico. Quel mare che lambisce Friuli, il Goriziano, il Triestino e giù l’Istria, il Quarnero e la Dalmazia, con lo Stivale dall’altro lato, vede così il ricordo ancora vivo di quegli anni rievocato dalle parole e dalle lacrime di chi ha vissuto in prima persona una delle tragiche pagine storiche del Secolo Breve. Il mare, di fatto, non avendo confini al suo interno si muove, si sposta e può trasportare ricordi, emozioni, racconti.
Mentre la Corale Santa Cecilia intonava le note del Va’ Pensieri di Giuseppe Verdi il mare si infrangeva contro gli scogli della diga gradese. Un connubio unico e affatto scontato. Alla presenza di rappresentanti politici di vari schieramenti, il sindaco, Dario Raugna, assieme al corpo di Polizia Locale, al Circomare, ai Carabinieri e ai volontari della Croce Rossa e dell’Aipi, ha deposto due corone, una al cippo commemorativo e una alla targa dedicata ai Martiri delle Foibe.
“Oggi ricordiamo una grande tragedia che causò lutti, sofferenza e spargimento di sangue innocente – ha ricordato il primo cittadino – una storia di persecuzione, repressione, eliminazione dei dissidenti, pulizia etnica avvenuta a pochi chilometri da noi, sulla nostra terra. Tanti innocenti, colpevoli solo di essere italiani e di essere visti come un ostacolo al disegno di conquista territoriale del maresciallo Tito, uccisi nel disinteresse generale in esecuzioni sommarie e gettati, spesso ancora vivi, nelle profondità delle foibe. Chi resisteva, chi si opponeva, chi non si integrava nel nuovo ordine totalitario spariva, inghiottito nel nulla. Essere italiano difendendo le proprie tradizioni, la propria cultura, la propria religione, la propria lingua era motivo di sospetto e di persecuzione. Iniziò così il drammatico esodo verso l’Italia. La conoscenza genera consapevolezza, responsabilità, maturità civile e democrazia”.
“Mai più guerra, mai più fanatismi nazionalistici, mai più volontà di dominio e di sopraffazione – ha concluso Raugna – Ricordare è un dovere civile per crescere assieme in un mondo di pace”.
A prendere la parola, prima degli interventi della Corale Santa Cecilia diretta dal maestro Annello Boemo e delle letture di Tullio Svettini, Alda Devescovi. “Dopo la Seconda guerra mondiale, per decisione delle quattro potenze vincitrici il popolo istriano è stato diviso, i paesi svuotati dai propri abitanti a cui sono subentrate persone di altra lingua, culturale, religione” ha ricodato. “Oggi con i rimasti noi esuli tentiamo di ricucire quello strappo e di avere dei rapporti, ma non possiamo dimenticare il come e il perché ben 350mila istriani, fiumani e dalmati sono stati costretti ad abbandonare quanto di più caro è per ogni uomo: terra, casa, famiglia, affetti, morti”.
“Noi esuli vogliamo che tutto ciò sia ricordato e possibilmente tramandato – ha concluso Devescovi – alle future generazioni, ignare di quanto accaduto più di settanta anni fa nei vicini paesi, nel Friuli-Venezia Giulia, in Italia. Se ne parla poco nelle scuole e soprattutto mancano informazioni di questo periodo storico e di queste vicende nei testi scolastici. Non ci resta che sperare e confidare nel futuro. Di pazienza ne abbiamo avuta tanta e tanta ne avremo ancora”.

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